"MELYMBROSIA"

di Iceblues
"Il grande avvenimento degli anni 1907-1908 non fu per lei l'avvento del turpiloquio a Bloomsbury, ma la nascita di "Melymbrosia". "Melymbrosia", in realtà, era stato forse concepito nella mente di Virginia in un'epoca precedente, forse già a Manorbier nel 1904. Ma è da quel momento che nelle sue lettere troviamo l'opera menzionata con questo nome, ed è da quel momento che Virginia chiede consigli su "Melymbrosia" e accenna ai suoi sforzi per scriverla..."
Quentin Bell, il nipote-biografo di Virginia Woolf (1882-1941), racconta così la nascita del primo romanzo della "zia". Una nascita travagliata e difficile. Infinite versioni, revisioni e riscritture.
"Melymbrosia" non esiste nel catalogo delle opere di Virginia Woolf, e non è un romanzo inedito di Virginia Woolf: è la prima idea di romanzo compiuto, il nome che hanno portato le stesure del libro che - dopo numerosi ripensamenti e un gravissimo attacco di follia - sarà pubblicato col titolo di "The Voyage Out" (La crociera) nel 1915 dalla casa editrice del fratellastro, Gerald Duckworth.
Lo ricorda anche Quentin Bell: "Melymbrosia doveva occuparla per i cinque anni seguenti e diventare alla fine "The Voyage Out". Non sappiamo molto dei suoi primi tentativi di scrivere quella che definiva un'opera dell'immaginazione".
Non stupiscono perciò le feroci polemiche scatenate dall'annuncio della recente pubblicazione - da parte dell'editore Cleis Press - di Melymbrosia, "spacciato" come primo romanzo della grande scrittrice inglese. L'opera è curata da Louise De Salvo. Già in un saggio del 1980 - V. Woolf, first voyage - Louise De Salvo aveva contato ben nove versioni de La crociera.
Questo romanzo "nuovo" sarebbe stato ricavato da un migliaio di pagine inedite lasciate da Virginia Woolf e meticolosamente studiate da De Salvo per 7 anni: la studiosa è convinta che si tratti del nucleo di un romanzo abbozzato nel 1912 e mai pubblicato. Una parte di questo romanzo sarebbe poi confluita nella versione data alle stampe di "The Voyage Out".
Il testo curato da Louise De Salvo conterrebbe maggiori riferimenti all'amore, all'omosessualità, al femminismo, ai "fatti della vita".
"The Voyage Out": mai "viaggio" fu più sofferto. Nel suo diario, una giovanissima Virginia afferma di non riuscire a trovare le parole per esprimere quello "che sente". E, per esprimere quello che sente, anche se non ha ancora scritto nulla di "compiuto", avverte che non le basta il linguaggio comune, ma deve riuscire a riordinare le parole secondo un nuovo ritmo. Un ritmo che troverà con fatica ma determinazione - tra una crisi di follia e l'altra e manoscritti tormentati dalle riscritture - fino a diventare, accanto a Proust, la più grande scrittrice d'avanguardia del Novecento: "Una grande scrittrice moderna, anzi modernista - come ha scritto l'anglista Nadia Fusini - consapevole, cioè, della crisi che l'essere moderni comporta, crisi di valori etici e formali, che come pochi altri grandi artisti lei ha saputo sostenere e superare".
Anche la donna protagonista di "The Voyage Out" è un'artista. Il suo rapporto col mondo, con la realtà, è sofferto, e non riesce a "venirne fuori": come Virginia Woolf al tempo di "Melymbrosia" poi diventato "The Voyage Out". L'arte non sarà l'approdo finale di Rachel, la protagonista, il superamento della sua condizione di isolamento e incomunicabilità non avverrà attraverso la realizzazione artistica, ma attraverso la morte.
Per la realizzazione artistica "serena" bisognerà aspettare "Al Faro" (1927): la pittrice Lily Briscoe non si suicida. Accetterà - anche se con dolore e travagli - la sua condizione di isolamento dal mondo in quanto artista.
L'idea iniziale de "La crociera" era di "prendere" un uomo e una donna, descrivere come "crescono", senza conoscersi, senza mai venire a contatto, ma allo stesso tempo si avvicinano sempre più stanno per incontrarsi, ormai c'è soltanto una porta che li divide, ma l'incontro non avviene, l'occasione sfugge, "se ne vanno per la tangente e non si avvicineranno più in nessun luogo".
Un'idea poi completamente scomparsa.
Virginia Woolf non pubblicò opere di narrativa fino all'età di 33 anni: solo articoli sui giornali. Era terrorizzata all'idea di mettersi in mostra, era timidissima, ma, soprattutto, non si sentiva ancora all'altezza. Sapeva che doveva leggere, leggere, e poi ancora scrivere, scrivere, scrivere.
Il biografo-nipote racconta come la scrittrice diede alle fiamme alcuni tentativi letterari che aveva fatto leggere all'amica Madge Vaughan. Scrisse a Madge Vaughan: "Le cose che ti ho mandato erano semplici esperimenti e non mi proverò mai a presentarle come se fossero opere compiute. Staranno a riposare in una scrivania finchè non saranno date alle fiamme". E Quentin Bell assicura che senza dubbio quelle operine sono state distrutte dal fuoco, come, "a quanto pare, le sette diverse versioni di The Voyage Out".
Bell dunque ricorda sette versioni del primo romanzo di Virginia Woolf. Louise De Salvo nove. Ma Virginia Woolf, oltre a scrivere e riscrivere continuamente, amava - come un infinito numero di scrittori - dare letteralmente alle fiamme le pagine che non la soddisfacevano.
Negli anni di "Melymbrosia", il cognato, Clive Bell, era stato la sua guida, il suo confidente letterario: nel 1908 e nel 1909 le scrive lunghe lettere particolareggiate, muove critiche e le dà consigli che lei accetta prontamente. Clive Bell trova che alcuni brani siano ancora "grezzi e acerbi", ma era entusiasta della prosa della cognata e convinto del suo grande talento e lei aveva un disperato bisogno di sentirsi dire che i suoi scritti non erano "tutto fumo". Altri membri di Bloomsbury erano molto più colti e competenti di Clive Bell, ma lei - ad esempio - in quel periodo era terrorizzata dei giudizi critici che Lytton Strachey avrebbe potuto dare alle sue pagine.
Il primo romanzo le causerà una delle più gravi crisi di follia della sua vita. Scrisse lo psichiatra Jean Thomas a Violet Dickinson, grande amica di Virginia Woolf, sua corrispondente preferita per tanti anni: "È il romanzo che l'ha fatta crollare...Lo ha terminato e ha ricevuto le bozze per la correzione...non riusciva a dormire e pensava che tutti avrebbero riso di lei...Poi qualcuno ha fatto lo sbaglio di punzecchiarla, lei è stata presa dalla disperazione, ed è arrivata qui ridotta ad uno straccio. È stata una cosa straziante"..
Non semplice crisi depressiva, ma veri e propri attacchi di follia: vaneggia, parla per ore e ore, sente gli uccellini cantare in greco, urla...
Nel suo diario, Virginia Woolf accenna soltanto una volta a "The Voyage Out:" ha parlato con l'amica Janet Case del suo romanzo "che tutti, prevedo, giudicheranno, in mia presenza, la cosa più brillante che hanno mai letto, e criticheranno in privato, come in effetti merita di essere criticato".
Dopo la pubblicazione del libro e le critiche favorevoli, piano piano Virginia Woolf torna "nel mondo". Teneva più di tutte alla recensione di E.M. Forster - l'autore di "Camera con vista" e "Casa Howard" - e Forster aveva paragonato "La crociera" a "Cime Tempestose" di Emily Bronte.
Era riuscita finalmente a terminare le infinite revisioni. All'amica Molly Mc Carthy nel 1914 aveva scritto di aver scoperto con sollievo che ogni frase "seguiva più o meno un'altra" e che il suo libro, "per quanto lungo e noioso", non era, come talvolta aveva temuto, una serie di parole fumose.
Quentin Bell scrive che i suoi romanzi erano molto vicini alle sue fantasie più segrete e aveva l'idea che al mondo esterno potessero sembrare l'idea di un folle, oppure opera di una mente malata. Aveva terrore della "spietata derisione del mondo", paura che la sua arte e quindi lei stessa, fossero soltanto "una mistificazione"
Lo ricorderà ancora in una lettera del 1927 : "Immagina che uno, svegliandosi, scopra di essere una mistificazione? Questo terrore è stato una componente della mia follia".
Sentiamo ancora Quentin Bell che sembra conoscerla davvero a fondo: "Negli ultimi capitoli di "The Voyage Out" aveva giocato col fuoco. Era riuscita a tirar fuori dal profondo alcuni dei demoni che si agitavano dentro la sua mente, enormi e terrificanti, e si era spinta troppo avanti per poter ritrovare la pace.Quel romanzo e lo sforzo successivo di darlo al pubblico l'avevano portata sull'orlo della follia".
Non furono le critiche favorevoli al romanzo a salvarle la vita, ma è certo che la sua convalescenza fu accelerata dall'ottima accoglienza ricevuta da "The Voyage Out" e, per lei, l'omaggio alla romanziera, scrive Quentin Bell, fu un "certificato di salute".
Il certificato di salute l'abbandonò definitivamente nel 1941. Tra un atto a l'altro, il suo ultimo romanzo, sembra concluso, ma lei lo trova orrendo, stupido, insignificante. Non vuole pubblicarlo. Era convinta di aver perso le parole. Non riusciva a trovarle: "Ho perso ogni controllo delle parole, non riesco a farci più niente. Non riesco a far sì che la mano smetta di tremare".
Il resto è storia notissima: due pietre pesanti dentro la giacca, e Virginia Woolf si lasciò cadere dentro le acque del fiume Ouse, dove annegò. Era il 28 marzo del 1941.
"Così morì una grande scrittrice - ha scritto Nadia Fusini - Una donna forte e coraggiosa. Alla quale, più che spolverare, piaceva scrivere".
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