" Io l'amo, e l'ho sempre amato. Mi ha rovinato la vita, e proprio per questa ragione a quanto pare sono costretto ad amarlo di piu' ".
Rispose cosi', Oscar Wilde, agli amici che gli rimproveravano di aver ripreso il sodalizio con Bosie, appena quattro mesi dopo il suo rilascio dal carcere di Reading.
Si era ripromesso di non rivederlo mai piu'. Ma l'amava e l'amera' fino alla morte, anche dopo la separazione definitiva, alla fine dell'ultimo viaggio in Italia. Andarono a Roma, a vedere il papa; a Napoli presero in affitto una villa a Posillipo; poi passarono in Sicilia, a Taormina. Qui incontrarono il barone tedesco Wilhelm von Gloeden, omosessuale che a Taormina aveva trovato il suo paradiso personale: le sue foto di efebi acconciati alla greca, sullo sfondo del paesaggio siciliano, fecero il giro del mondo e contribuirono all'enorme fortuna turistica di Taormina. Von Gloeden fu molto dolce con Wilde. Lo invito' a restare in Sicilia, ma Wilde rispose: "Grazie, amico mio, ma il sole del Mediterraneo non fa piu' per me".
Quando - nel 1897 - usci' dal carcere, dopo aver scontato la condanna a due anni di lavori forzati per
"gross indecency", Oscar Wilde era convinto che non avrebbe mai piu' rivisto Alfred Douglas, Bosie, il giovane aristocratico che gli aveva "rovinato la vita". Affido' all'amico di sempre, Robbie Ross (suo futuro esecutore testamentario) il manoscritto della lettera piu' lunga (e piu' bella) che un uomo abbia mai scritto ad un amante - Ross la chiamo' "De Profundis" - con l'incarico di ricavarne una copia e consegnare l'originale a Bosie.
Ross, che odiava Bosie, obbedi' solo in parte: conservo' con cura il manoscritto originale e invio' soltanto una copia emendata al "favorito" di Wilde. Bosie diede una scorsa alle prime righe, non apprezzo' il tono polemico, distrusse tutto e dimentico', com'era tipico del suo carattere.
Wilde non parlo' mai con Bosie del "De Profundis". La Lettera gli fu letta tantissimi anni dopo la morte di Wilde, durante un processo per diffamazione che lo vedeva alla sbarra (in carcere ci finira' anche Bosie, ma non per omosessualita', e ce lo spedira' un certo Winston Churchill, ma questa e' un'altra storia…).
Nel 1898 Wilde e' di nuovo a Napoli, ma e' gia' solo. La separazione da Alfred Douglas ormai e' definitiva. Nei due anni che gli restano da vivere continuera' a viaggiare: Svizzera, Francia, Italia, fino all'approdo definitivo all'hotel d'Alsace, a Parigi, dove morira', il 30 novembre 1900 - poverissimo e dimenticato- per un'infezione mal curata ad un orecchio (forse conseguenza della sifilide).
"Naturalmente mi sarei dovuto liberare di te, scrollarti dalla mia vita come ci si scuote dal mantello qualcosa che ci ha punto", scrive nel "De Profundis". Bosie era pieno di difetti, vanesio, superficiale, iracondo, amante del lusso, del gioco d'azzardo… ma si amavano: "Quanto ci rimane e' la consapevolezza che ci amiamo", scrisse Wilde in una delle sue ultime lettere.
Fuori dal carcere, prima a Dieppe, e poi a Berneval, il fedele Robbie Ross gli tiene lontano Bosie; ma Wilde gli scrive tutti i giorni. Vorrebbe smettere ma non ce la fa: "Mio caro ragazzo, debbo abbandonare questa assurda abitudine di scriverti ogni giorno. Naturalmente viene dalla strana, nuova gioia di parlarti quotidianamente. Ma la settimana prossima debbo prendere la decisione di scriverti soltanto ogni sette giorni, e soltanto sulla questione dei rapporti tra sonetto e vita moderna".
Nel frattempo e' tornato ai piaceri dell'amore greco, e' tornato a cercare ragazzi (lui e Bosie l'hanno sempre "fatto" anche con altri). Ma si rivedono presto, si giurano eterno amore e partono insieme per Roma.
Andre' Gide era diverso: lottava contro le sue tendenze omosessuali, non riusciva a conciliare coscienza cristiana e vocazione omosessuale e ne soffriva.
I dilemmi spirituali di Gide facevano sorridere Wilde. Wilde era molto emancipato, diremmo oggi. Abbracciava pubblicamente i ragazzi nei caffe' di boulevard Saint Germain, scandalizzando perfino i letterati parigini. La sua storia con Alfred Douglas era praticamente alla luce del sole, anche in Inghilterra.
La prima volta che lo incontra, nel 1891, a Parigi, Andre' Gide lo trova troppo vistoso col suo cappotto bordato di pelliccia, il prezioso bastone da passeggio, le dita cariche di anelli.
Ma Oscar Wilde inizia a parlare e il giovane scrittore francese rimane soggiogato: gli racconta del mito di Narciso, rivisitato alla sua maniera; gli parla della normalita' dell'omosessualita'; racconta le sue famose "parabole".
Gide, ancora turbato e pauroso, ascolta. Poi riflette: "Wilde, quale vita piu' tragica della sua! Se facesse piu' attenzione, se fosse capace di attenzione, sarebbe un genio, un grande genio. Per questo chi lo ha conosciuto bene e' scosso da un fremito di terrore vicino a lui, terrore di qualcosa di bellissimo e grandissimo".
E Wilde non era ancora stato processato e arrestato in Inghilterra!
Dopo un fugace incontro a Firenze, i due si rivedono nel 1895 ad Algeri. C' e' anche Alfred Douglas. Gide viaggia per vincere tristezza e solitudine. Per fuggire dalla sua omosessualita', dall'oppressiva e repressiva educazione materna. Gide trascorrera' qualche giorno con l'amico e dopo non sara' piu' un... omosessuale latente.
Ad Algeri avviene la famosa iniziazione di Gide, condotto quasi per mano da Wilde dentro
"l'amore che non osa dire il suo nome".
Oscar Wilde e' ancora un uomo di successo, ma e' cambiato. Non racconta piu' apologhi e favole, afferma di voler fuggire l'opera d'arte e di voler soltanto "adorare il sole".
Gide comprende: "Adorare il sole era adorare la vita! L'adorazione lirica di Wilde diventava selvaggia e terribile. Il destino lo incalzava; non voleva sottrarvisi".
Gettava denaro alla banda di furfantelli che lo seguiva ovunque: " Spero di aver corrotto a dovere questa citta' " …
Gide ancora una volta ascolta, ammira, ma ha anche paura: sapeva degli attacchi sempre piu' violenti all'amico, sapeva che dietro la sua euforia si celava una triste e rassegnata inquietudine; sapeva che c'era gia' il marchese di Queensberry, il papa' di Bosie, che insultava e minacciava pesantemente Wilde. E, nonostante tutto, Wilde vuole tornare a Londra. Gide cerca di dissuaderlo e giura di aver registrato queste parole esatte dell'amico: "I miei amici sono veramente straordinari, mi consigliano la prudenza. Ma come potrei averne? Bisogna pure che succeda qualche cosa di diverso".
Fanno insieme lunghe passeggiate notturne: Wilde parla serenamente dell'omosessualita', non nasconde atteggiamenti "tipicamente" omoerotici. E Gide pensa: "Se Wilde non fosse dato a Londra per 300 rappresentazioni, e se il principe di Galles non assistesse alle prime, sarebbe in prigione, e con lui Alfred Douglas". Gide facile profeta? No, forse soltanto pieno di sensi di colpa e un po' vigliacchetto: Wilde in prigione ci finira' prestissimo.
Lo scrittore francese terra' a lungo nascosto quello che e' successo ad Algeri. Non intratteneva soltanto piacevoli conversazioni di argomento letterario, con Wilde; dal robusto ed irridente irlandese si lascia trascinare nei piccoli caffe' dove danzano e si offrono agli europei giovani arabi. Wilde vive ormai come una figura tragica, porta dentro di se' i segni di un dolore profondo, ma ancora li maschera col cinismo e con i suoi famosi paradossi.
Una notte, in un caffe' entra un giovane arabo e Gide rimane turbato dai suoi grandi occhi neri "che avevano nello sguardo quel languore che da' l'hashish; ammiravo le sue dita che si allungavano sul flauto, l'agilita' del suo corpo d'adolescente, la gracilita' delle gambe nude".
Wilde si accorge del turbamento di Gide: "Caro, vuoi il piccolo arabo?" E giu' con la sua risata fragorosa, da irlandese che ama bere e mangiare molto, mentre Gide farfuglia un soffocato e liberatorio "si'!".
Il futuro premio Nobel, l'autore di "Se il grano non muore", non dimentichera' mai quell'iniziazione: "Da allora, ogni volta che ho cercato il piacere, e' stato un correre dietro al ricordo di quella notte"…
Wilde si imbarca per Londra, dove i suoi "Il marito ideale" e "L'importanza di chiamarsi Ernesto" stanno riscuotendo un clamoroso successo… e si getta presto in quel processo insensato che rovinera' la sua vita. In cella, di notte - dopo mesi passati a cucire sacchi e spaccare pietre - alla fioca luce di un becco a gas, grazie alla bonta' del nuovo direttore, che gli concede piu' spesso carta e penna, scrive la lunga Lettera d'amore a Bosie. Una Lettera che Bosie in fondo non leggera' mai.
Condanna tutta la storia e la vita condotta accanto a Bosie; parla di umilta', di arte, di senso cristiano della vita: scrive insomma una "sublime lettera d'amore dettata dalla sofferenza e dalla passione" (Kazimierz Brandys). Con "De Profundis", Wilde da' l'addio definitivo al mondo di Dorian Gray: vuole tornare a guardarsi dentro, sente l'arte come unica ragione di vita, vagheggia il sogno di una esistenza nuova, tutta dedita alla letteratura, allo spirito, all'amore per Cristo visto come "precursore del movimento romantico".
Gide lo rivedra' ancora negli anni bui, a Parigi, quando, stanchissimo, malato e senza piu' molta voglia di vivere, malgrado i propositi di rinascita vagheggiati nell'ormai dimenticata Lettera, vagava di caffe' in caffe', mendicava i soldi per una colazione, per pagare i mai cessati incontri furtivi coi ragazzetti: il "re della vita" (the King of life), il "signore delle parole", stava per morire, all'alba del nuovo secolo, povero e dimenticato, con un nome non suo, lontano dai figli mai piu' rivisti e - come il padre - con una nuova identita'.
Gide prova compassione per quello che e', a tutti gli effetti, un omosessuale dichiarato, uno dei primi della nostra epoca "contemporanea".
Wilde si accorge del disagio dell'amico, lo guarda con un'espressione che Gide ricordera' straziante e dice: "Non bisogna prendersela con uno che e' stato tanto colpito". E poi gli chiede soldi in prestito, come faceva con chiunque incontrasse.
Gide non amava le opere di Oscar Wilde, amava soprattutto l'uomo. Dopo la morte dell'amico fece ammenda dedicandogli due piccoli saggi: In memoriam - Souvernirs e Il De Profundis di Oscar Wilde.
Il primo si apre col ricordo della "penosa fine di Oscar Wilde" appresa dai giornali; la cronaca del misero corteo funebre con pochissimi partecipanti. Ricorda Gide: "Coloro che hanno conosciuto Wilde negli ultimi anni della sua vita, possono difficilmente immaginare, da quell'essere indebolito e disfatto che la prigione aveva restituito, quale essere prodigioso egli fosse prima". Era bello, elegante, fumava col bocchino dorato, andava in giro con un girasole in mano, chiamava platealmente la carrozza soltanto per attraversare la strada; ma Wilde era il primo a giocare col suo ruolo di esteta, fin dai tempi di Oxford, quando dichiaro' "disperato": "Sento che non potro' mai vivere all'altezza delle mie porcellane cinesi"…
Oscar Wilde, appena uscito di prigione, fugge dall'Inghilterra; ripara in Francia, a Berneval, triste paesino vicino Dieppe. Oscar Wilde e' "morto". Si fa chiamare Sebastian Melmoth.
Gide va a trovarlo e riscopre il dolce amico del primo incontro.
Vive in due camerette arredate con gusto, piene di libri; ha ancora le dita cariche di anelli ma la sua pelle non e' piu' rosea e i suoi denti sono orribilmente guasti. Gide, che vive ancora con tormento la sua omosessualita', non riesce a trattenersi. Ricorda che ad Algeri gli aveva predetto la "catastrofe".
Wilde risponde: "Oh! Naturalmente! Naturalmente sapevo che ci sarebbe stata una catastrofe. Quella o un'altra, l'aspettavo. Doveva finire così… Andare oltre non era possibile; e cosi' non poteva piu' durare… La prigione mi ha completamente cambiato. Bosie e' terribile; non puo' capirlo; non puo' capire perche' io non riprenda la stessa esistenza…".
Wilde gli racconta anche delle "sue prigioni". In prigione una delle letture che amera' di piu' e' l'Inferno di Dante: "L'inferno, noi c'eravamo. L'Inferno era la prigione". Racconta dei progetti per nuovi drammi: ma non scrivera' piu' nulla, tranne "La ballata del carcere di Reading".
Gli dice che rientrera' a Parigi soltanto quando avra' terminato un dramma che sta scrivendo.
Gide torna a Parigi e da' a Bosie notizie di Wilde. Bosie e' sicuro che Wilde tornera' presto da lui. Si dice convinto che Wilde non sopporta la solitudine; gli scrive tutti i giorni e tutti i lavori migliori li ha scritti accanto a lui… Bosie mostra una lettera a Gide: nella lettera Wilde lo supplica di lasciargli finire il dramma che sta scrivendo, subito dopo lo raggiungera' e sara' di nuovo "the King of life".
Wilde non scrivera' mai il suo dramma, tornera' presto a Parigi.
Era un uomo distrutto, dalla "volonta' spezzata"…. Si illuse soltanto nei primi mesi di liberta', racconta Gide, "ma ben presto si lascio' andare". Lo rivede ancora un paio di volte a Parigi, alcuni amici avevano tentato di "salvarlo", ma niente da fare… Come abbiamo gia' visto, Gide, incontrandolo a Parigi, prova un disagio indicibile: non puo' fare a meno di rimproverarlo, perche' era tornato a Parigi senza aver terminato il dramma?
Gide fu accusato di aver esagerato il contrasto tra il "re della vita" e il "miserevole Sebastian Melmoth dei giorni oscuri": ma afferma che tutto quello che ha raccontato e' assolutamente vero. Amo' moltissimo il De Profundis, "singulto di un ferito che si dibatte"…
La tomba di Wilde e' oggi la piu' visitata al Père Lachaise. Volle trasformare la sua vita in opera d'arte, ma fece di tutto per distruggerla: quando lascio' il carcere divenne in poco tempo uno straccione, viveva dell'aiuto di pochi, fedelissimi amici: nelle sue lettere lamentava il caldo e la solitudine; non fa che chiedere soldi in prestito, a chiunque, senza vergogna, senza piu' dignita'; lussuria e desiderio di conversione sono altri argomenti prediletti: racconta dei suoi incontri con marchette francesi, italiane.
Ingrasso' e si gonfio' a causa dell'alcol; era stato uno degli uomini piu' eleganti della sua epoca, adesso chiudeva a fatica i bottoni della giacca dai polsi sfilacciati.
Nella sua ultima stanza d'albergo, colpiva il tanfo di medicine, pus e feci. Durante l'agonia fu assistito dai suoi amanti piu' fedeli - diventati amici devotissimi - Robbie Ross e Reggie Turner.
Andre' Gide intanto fa della pederastia, della religione e della letteratura le sue uniche, tormentate ragioni di vita.
Non lascera' mai definitivamente la moglie - che e' quasi impazzita quando scopri' per caso l'omosessualita' del marito - si lega ad una cugina (che gli dara' una figlia) ed alla madre di questa in un curioso menàge che durera' tutta la vita. Continuera' ad amare i ragazzi.
Diventa presto uno scrittore celebre e con la pubblicazione del romanzo autobiografico "Se il grano non muore", dove racconta dell'iniziazione di Algeri e altri episodi di incontri omosessuali, fece disperare gli intellettuali cattolici che da anni speravano nella sua conversione definitiva.
Si penti' amaramente di non aver capito subito che la "Ricerca del tempo perduto" di Proust era un capolavoro. Vinse il Nobel per la letteratura nel 1947. Mori' nel 1951, all'eta' di 82 anni.
Continuo' fino alla fine a stare al sole del suo amatissimo Mediterraneo. Una delle sue mete preferite divenne Taormina. Avvolto nel suo mantello di lana nera, anche in piena estate, adorava aspettare l'ora del tramonto dentro il teatro greco; al mattino, invece, se ne stava ore in qualche piazza, immobile al sole, narra la "leggenda", a bere da una bottiglia d'acqua salata che gli veniva portata fresca dal mare.
Iceblues
Per saperne di piu':
Richard Ellman: Oscar Wilde - Mondadori
Philippe Jullian: Oscar Wilde - Einaudi
Vita di Oscar Wilde attraverso le lettere ( a cura di Masolino d'Amico) - Einaudi
Oscar Wilde: De Profundis - Oscar Mondadori
Andrè Gide: Oscar Wilde - Passigli Editori
Andrè Gide: Se il grano non muore - Oscar Mondadori
Kazimierz Brandys: Hotel d'Alsace e altri due indirizzi - e/o
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