I tecnocrati del Fondo Monetario Internazionale (FMI) sono abituati a snobbare le tesi del movimento no-global, che li accusa di governare l'economica mondiale nell'interesse del capitalismo americano. È più difficile ignorare queste accuse quando vengono un Premio Nobel per l'Economia che ha insegnato nelle più prestigiose università degli Stati Uniti (Yale, Stanford, Princeton, oggi alla Columbia University di NY), è stato capo dei consiglieri economici di Clinton e il chief economist della Banca Mondiale.
Il saggio di Stiglitz, "Globalization and its discontents", è stato vissuto come un tradimento e un avera e propria bomba intellettuale nei circoli dove si forma il pensiero unico della globalizzazione, detto il "consenso di Washington".
Le polemiche scatenate da questo libro servono anche a rivelare ai non addetti ai lavori l'antagonismo tra le due grandi istituzioni sovranazionali, l'FMI e la Banca Mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale, una sorta di Banca Centrale delle banche centrali, interviene quando un paese è già in crisi. Dà dei prestiti a breve termine soggetti a pesanti condizioni: tagli alla spesa pubblica, aumenti delle imposte, rialzo dei tassi di interesse (condizioni "mascherate" come un'offerta spontanea del paese in crisi, le "lettere d'intenti" che anche l'Italia dovette firmare negli anni '70).
Queste terapie d'urto entrano in collisione con il mestiere della Banca Mondiale, che dà finanziamenti di lunga durata per progetti strutturali contro la povertà: investimenti nell'istruzione, nella sanità, nelle infrastrutture. Il FMI lavora immerso in una segretezza che serve anche a occultare le interferenze del Ministero del Tesoro americano. La Banca Mondiale, diretta da un geniale banchiere umanista come James Wolfensohn, è molto più aperta alle critiche e abituata a discutere le sue politiche.
Dai vertici della Banca Mondiale Stiglitz si è dimesso con clamore due anni fa, e il "caso" fu amplificato dalle voci secondo cui l'Amministrazione Usa aveva chiesto la sua testa. Già in quell'incarico, infatti, lui era stato il centro di scontri memorabili con il FMI: il libro ne è un resoconto vivace, offre una rara testimonianza diretta del modo di lavorare delle grandi istituzioni che hanno il potere di influenzare il destino di interi popoli.
Venendo da un teorico sofisticato - Stiglitz si è meritato il Nobel grazie ai suoi studi sulle "asimmetrie d'informazione" che dimostrano perché il mercato se lasciato a se stesso è destinato a fallire - questa requisitoria brillante e caustica fa dell'autore un prezioso alleato intellettuale del movimento no-global, che infatti ha adottato con entusiasmo le sue analisi. Anche se Stiglitz non è un apocalittico né un estremista - anzi riconosce l'ineluttabilità della globalizzazione, e perfino la sua utilità se ben governata - la sua più pesante accusa al FMI è quella di aggravare la miseria del terzo Mondo imponendogli delle politiche che nessun governo occidentale pratica a casa sua. Dagli Stati Uniti all'Europa, gli "azionisti ricchi" dell'economia globale sono impegnati a ridurre le tasse e ad abbassare il costo del denaro, proprio mentre impongono all'Argentina e al Brasile di fare l'esatto contrario.
"Globalization and its Discontents" è il racconto avvincente e inquietante dei disastri finanziari degli ultimi vent'anni fino alle crisi del Sud-Est asiatico (1997), della Russia (1998), dell'Argentina (2001), e di come le ricette imposte dal Nord del pianeta hanno peggiorato queste crisi. Un resoconto fatto in presa diretta, la testimonianza di un protagonista che si è esposto in prima persona per cercare di evitare gli errori.
Sono soprattutto due i grandi errori che Stiglitz rinfaccia ai tecnocrati delle banche centrali e del G8 che dettano le condizioni dell'economia globale ai paesi emergenti. Il primo è un errore che nasce dalla subalternità agli interessi di Wall Street e dell'establishment finanziario: i prestiti ai paesi in crisi impongono come condizione la liberalizzazione del mercato dei capitali anche per i movimenti speculativi di brevissimo termine. Questo, secondo Stiglitz, non ha niente a che vedere con le esigenze di sviluppare nei paesi emergenti una efficace economia di mercato; è solo una ricetta dettata dall'interesse delle grandi banche americane di conquistarsi quei mercati; per i paesi in questione, i movimenti speculativi sono una minaccia permanente che rende più fragili le loro economie.
Il secondo errore, ripetuto ancora nell'ultima crisi argentina, è di imporre ai paesi un recessione delle stangate fiscali e delle strette monetarie che seminano miseria e sofferenze senza riuscire a rilanciare la crescita. L'Argentina, per esempio, è stata dipinta come un paese irresponsabile e spendaccione, mentre ancora alla vigilia della crisi il suo deficit pubblico era il 3% del Pil; gli Stati Uniti durante la mini recessione del 1992 avevano un deficit del 4,2%.
Dietro questi errori c'è l'ideologia del "fondamentalismo di mercato" di cui il FMI è prigioniero, in quanto dominato dagli interessi della comunità bancaria. E qui Stiglitz sferra una delle sue accuse più pesanti - a Washington l'hanno considerato un colpo basso - ricordando che troppi tecnocrati del FMI alternano incarichi pubblici e lucrose nomine private ai vertici delle grandi banche americane. Questo spiega perché i tecnocrati di Washington, così spietati nel predicare rigore ai paesi del Terzo mondo, diventano poi teneri e comprensivi quando le grandi banche americane ed europee invocano il salvataggio di un paese debitore da cui vogliono recuperare capitali improvvidamente investiti.
È tanto più utile che il saggio di Stiglitz esca adesso, proprio quando il modello americano esportato come paradigma unico per l'intero pianeta, subisce in casa propria una caduta di credibilità. Dopo aver fustigato giustamente gli affaristi senza scrupoli e il capitalismo senza regole che si è imposto nella Russia post-comunista, dopo aver criticato le classi dirigenti corrotte di tanti paesi latinoamericani, gli Stati Uniti del caso Enron si guardano allo specchio e scoprono un modello in crisi di identità.
Quel governo della globalizzazione che Stiglitz invoca per il mondo, diventa una necessità anche al centro dell'impero.
|