
Si era alla fine del '57 quando Mao lanciò "Il Grande Balzo in Avanti", sembrò al mondo che guardava da fuori che una nuova ipotesi di comunismo realizzato stesse prendendo forma. Che si potesse al di là del modello sovietico fare l'impossibile.
E non era la Cina il luogo deputato a ciò? Non era stato Mao e il suo esercito di contadini pezzenti ad aver vinto sulla politica staliniana del Fronte Unito e sulla teoria marxista della classe operaia sola stella della rivoluzione?
Fu tra il 1958 ed il 1961 che la Cina visse la più terribile carestia della sua pur lunga storia di Spettri affamati, fu allora che il Grande Timoniere disse chiaro e forte che di destalinizzazione non si parlava neppure, che il culto della personalità gli si confaceva perfettamente.
Fu a Lushan, nell'Agosto del 1959, durante la riunione plenaria del Comitato Centrale, che minacciò di tornare sulle montagne a fare la rivoluzione e silurò il compagno generale Ministro della Difesa Peng Dehuai destro e tecnocrate, rozzo contadino ed ex Signore della guerra, convertito poi al comunismo ed eroe della Lunga marcia.
L'uomo che andava dicendo a voce neppure tanto bassa che Mao si era montato la testa. Che credeva di essere Dio. Che la verità chi altri se non un comunista deve avere il coraggio di dirla? E la verità era che la gente in Cina stava morendo di fame ad ogni angolo del paese, in ogni Comune popolare e nonostante e a dispetto della volontà di ognuno di correre verso il comunismo a tappe forzate, di riuscire con lo sforzo autonomo di un popolo libero a produrre il migliore acciaio del mondo.
Un popolo che si stava dimostrando inetto ed incapace di realizzare il grande sogno del suo Leader di superare a forza di braccia e altoforni di cortile i paesi ricchi. Che non sapeva far tesoro del massimo regalo della Comune agricola dove tutto era di tutti compresa la terra e gli strumenti agricoli. Il bestiame e la carestia.
Sì ne derivò un orrenda carestia perché i contadini non erano poi così rivoluzionari e alle loro povere cose tenevano tanto e forse non collaborarono abbastanza. La produzione agricola prevista era ben al di là del realizzato ma la burocrazia totalitaria del comunismo delle masse non ne tenne alcun conto e richiese Quote dello stato che non lasciarono nulla da mangiare ai felici realizzatori dell'egalitarismo maoista.
Bella la teoria, stupefacente il sogno ma restavano i pezzenti che ancora una volta stavano morendo di fame. Stima dei morti oscillante tra i 30 e gli 80 milioni. E orde di Fantasmi affamati ripresero a percorrere l'immenso Paese delle Carestie.
A Lushan Mao vinse e Peng Dehuai perse.
Non fu lo scontro tra un uomo giusto ed uno malvagio. Non fu neanche guerra tra titani. Fu solo politica totalitaria. Quella cosa nota anche come scontro tra linee che poco aveva a che fare con la vita della gente e con quella pietas comunista che aveva scaldato il cuore dell'umanesimo borghese per trasformasi in teoria scientifica del cambiamento.
In meglio. Si era comunisti, semplicemente e banalmente, perché si voleva un mondo migliore. Un luogo dove non fosse il profitto e lo sfruttamento a determinare la logica della vita di ognuno ed il suo successo personale. Dove ci si potesse incontrare per parlare di bisogni e desideri.
Dove si potesse ridistribuire l'eccesso affinché ognuno potesse partire dalla propria dignità di essere umano lasciandosi alle spalle rapporti di produzione che ci avevano ridotto, tutti, a poveri meccanismi di carne mossi da Altri.
Il clima fece la sua parte. I disastri umani ed i cataclismi naturali si intrecciarono. Era forse il cielo che stava tradizionalmente ritirando il mandato di governo alla nuova classe dirigente? Forse fu proprio contro quel cielo tradizionale che Il Grande timoniere lanciò i suoi anatemi e probabilmente aveva ragione ad avercela con il passato ma torto, maledettamente torto, nell'aver abbandonato e ripudiato, nei fatti ma non nelle parole, quella pietas che l'aveva traghettato dal passato dei ricchi al futuro dei poveri e degli oppressi.
Quell'anelito al giusto che aveva rialzato un popolo dall'acquiescenza allo status quo all'onda che in piazza Tiananmen aveva salutato il 1949 come l'anno della rinascita. E in quella stessa piazza Il Massacro del 1989, (un altro nove?), ha chiuso definitivamente ogni possibile compromesso con la bugia dell'Altro comunismo.
Furono gli uomini di Deng Xioaping ad ordinare la strage. Vero. L'altra linea, quella di destra. Controrivoluzionaria. Furono gli stessi a subirne le conseguenze. Il dolore. Furono e sono l'io ed il tu di cui credevamo e crediamo a tutt'oggi di dover salvaguardare la dignità umana. I diritti. Le aspirazioni. I desideri.
E quella volgare necessità di giustizia di cui, tra una bugia e l'altra, si è perso il senso, tutti avvolti, come siamo, dall'alone post moderno di una propaganda che non smette mai di riprodurre se stessa.
La Storia è un movimento circolare che torna sempre su se stesso, dice la teoria storiografica della Cina prima della rivoluzione, grandi cataclismi annunciano la fine di una dinastia imperiale che ormai corrotta deve rimettere il mandato nelle mani del popolo affinché una nuova classe dirigente ristabilisca il legame tra Terra e Cielo che è legittimazione di buon governo. E se rinunciassimo alla Terra ed al Cielo e guardassimo solo all'unicità della vita singola, minuta, spicciola, talvolta meschina, che ci fa essere di passaggio su questa Terra e sotto questo Cielo, un'unica ed irripetibile volta?
«Riprenditela » sibilò il signor Liu, spingendomi all'interno del tugurio che una volta era stata la nostra casa.
«Non è possibile » rispose mio padre a voce bassissima.
La piccola Liu giaceva sul pavimento. Morta. Mia madre le aveva praticato un piccolo taglio alla base del collo e tenendole il capo leggermente rialzato raccoglieva il sangue che ne fuoriusciva in una bacinella di ferro smaltato.
Glielo avevo visto fare altre volte in passato. Prima della grande svolta rivoluzionaria quando ancora possedevamo delle galline di nostra proprietà. Quando eravamo contadini ricchi che potevano permettersi di sgozzare una gallina per la festa dell'anno nuovo. Glielo avevo visto fare con le galline ma questa era la prima volta che vedevo mia madre sgozzare una bambina.
Ci avrei fatto l'abitudine. A tutto ci si abitua.
«Riprenditi tua figlia. Noi non...»
E il signor Liu se ne andò.
Mi accovacciai in un angolo sicura che quando il ticchettio delle gocce rosse che battevano contro il ferro della bacinella si fosse estinto sarebbe toccato a me. A casa dei Liu la nonna aveva preparato tutto. Laccio. Coltello. Bacinella e sale. Poi aveva fissato suo figlio e gli aveva detto di riportarmi indietro.
Ero terrorizzata all'idea che quel rumore che rimbombava nelle mie orecchie arrivasse fino al capo villaggio. Fissavo la porta convinta che fosse sul punto di aprirsi per lasciarlo entrare. L'idea che quella potesse essere la mia salvezza non mi sfiorò per nulla, poiché nulla, ai miei occhi, poteva essere peggiore dell'ira di quell'uomo.
Poi il rumore cessò. Mia madre passò al lavoro successivo. Infilò il coltello sotto i pochi stracci che ricoprivano il corpo della piccola Liu e li tagliò. Li passò alla nonna che prese a cucirli. Il coltello affondò nella poca carne che ricopriva le ossa.
Tante piccole strisce. Allegre come le code colorate che spuntavano dai dragoni di seta il primo giorno dell'anno nuovo. Danzavano e si attorcigliavano diffondendo allegria e buona sorte. Un ricordo lontano. Quando non sapevo ancora camminare e mio padre mi portava sulle spalle.
Poi mia madre le coprì di sale e divennero bianche ed il ricordo svanì. Il bianco è il colore dei funerali non delle feste. Fu mio padre a pestare le ossa fino a ridurle in poltiglia e allora la nonna fornì il suo contributo. Gli stracci ricuciti insieme ricoprirono quei tesori. La bacinella, le strisce e la poltiglia.
Successe ancora. Una, due, tre volte. Forse di più. Non ricordo.
Io andavo e poi tornavo, ogni volta convinta che sarebbe stata l'ultima. Che qualcuno avrebbe mangiato anche me. Gli altri contadini scambiavano i loro figli con i miei convinti che mangiare carne estranea sarebbe stato meno doloroso ma non era così per tutti ed io fui fortunata poiché venni restituita più volte. Agli altri andò meno bene. Mio padre era velocissimo e mia madre una vera artista. Nessuno dei bambini con cui ero cresciuta una volta entrato nella mia casa ne venne fuori vivo.
Quando arrivò l'esercito con i pacchi di riso nel mio villaggio non c'era anima viva. Erano tutti morti di fame. Anche il capo villaggio che fino all'ultimo aveva continuato ad inviare al capoluogo messaggi entusiasti sullo stato della produzione agricola e sulla felicità di tutti noi. Eravamo gli ultimi nella lista dei soccorsi poiché pochi giorni prima, all'inizio delle festività per il nuovo anno, aveva scritto: "Prepariamo grande banchetto."
I miei erano sopravvissuti. Persino la nonna. Ed avevano ancora qualche striscia sotto sale. Fui io che li mandai a morte. Presi per mano uno di quei soldati vestiti di verde e li condussi in casa. Aprii la loro conserva segreta e gliela mostrai. Avevano tenuto da parte anche i denti.
Io e la piccola Liu ci tenevamo per mano, come usavamo fare quando lei era ancora viva, e fu insieme che assistemmo alla loro esecuzione.

Li trascinarono nel campo brullo dinanzi alla cucina comune. Loro imprecavano. Le mani legate dietro la schiena. Ginocchioni. Tre soldati vestiti di verde puntarono le pistole dietro la loro nuca e la nonna maledisse il compagno Mao per diecimila anni. Il botto spappolò i loro cervelli e un pasticcio di liquido simile a ciò che avevamo mangiato per mesi si riversò tutt'intorno.
Fu allora che la piccola Liu mi disse di fuggire ed io lo feci. Corsi per un po' e lei correva con me poi caddi. Un tremendo bruciore mi attraversò il petto e tutto divenne buio. Per un po'.
Morire, in fin dei conti, non è così doloroso.
I soldati vestiti di verde se ne andarono portando via i pacchi di riso. Quella notte i cani randagi, sopravvissuti alla carestia mangiando i cadaveri che la gente stremata dalla fame e dal lavoro comune non aveva avuto la forza di seppellire, ebbero un ultimo pasto. Poi vennero altri soldati e uccisero anche loro.
Sono passati trent'anni da quel giorno e nessuno è più venuto nel nostro villaggio. Il tempo e le intemperie ne hanno cambiato l'aspetto. Monconi di case. Campi abbandonati. Un residuo di fornace per la fusione di quell'acciaio casalingo che non era servito a nulla.
La gente non vuole venire da queste parti poiché dicono che due spettri famelici, due bambine affamate, si aggirano tra le mura rosicchiate dai venti. Saltellano sulle tombe di famiglia. Lanciano in aria grida di soccorso per attirare i vivi in imboscate demoniache e banchettare con le loro carni.
Non è vero.
Io e la piccola Liu non ci siamo mai mosse di qui e non le abbiamo mai incontrate.