 |
Untitled
STUPRO DELL’ANIMA
di Gianna F.
Sbattuta da onde violente, dolore dappertutto, incapace di immaginare un qualunque punto o soltanto identificare i miei resti.
Un anno fa l'ho riconosciuta tra mille, senza aver mai visto i suoi occhi. Libere di scoprirci, accoglierci, prenderci, prive di regole prestabilite, magari soltanto salutarci e sorriderci. Oggi, un anno dopo. Lei. La vita. Chissà se stasera lo ricorda.
Per la prima volta ho spalancato ogni mia stanza, figurata e reale, io che avevo sempre conservato uno spazio inaccessibile, foss'anche uno sgabuzzino. Con lei invece, libri, musica, amarezze e fatiche quotidiane, risate, speranze, fantasie del domani, pesantezze di tutti i giorni improvvisamente leggere, progetti, sogni e responsabilità. Tutto. Le ho creduto, davvero. Il nostro mondo reale e perfetto l'abbiamo abitato, e là avevamo scelto di vivere. Appena ieri, un istante fa.
Ha cancellato la cosa più preziosa: quel vocabolario assolutamente unico, esclusivo, irripetibile. La nostra lingua viva improvvisamente estinta, straniera, vietata. Bel giorno, bella notte, Tamerunda, buon complegiorno, tribù, sotto la cupolina, tamerebbi, tanto, dammi la pancia, dormo nel tuo ombelico, allarga le braccia, ti accolgo tutta intera, coniglia selvatica, portami nei tuoi occhi, dentro di me in ogni momento, ti aspetto con tutti i tuoi pezzettini, per mano dentro un ciclone, da quattromila anni, due macigne. Le parole della libertà, della consapevolezza, dell'incontenibile. Non è vero. E rimango muta. Defraudata, ingannata, calpestata. Oggi.
Un cane spinone scodinzolante, dice lei. Felice e abbaiante, aggiungo io, alla festa della vita. Tuttavia ingombrante, può far paura o venire a noia. E allora, collare stretto al collo, legato ad una corda, la museruola per non abbaiare. Lei altrove, evanescente, inaccessibile e crudele. Silenzio che rimbomba, devastante. E paradossi: eccesso di condivisione, di colori, di felicità raggiunte e strette. Che stranezze la vita, immergerci le mani rischia di sporcarle.
Un colpo improvviso alle spalle e mi ha lasciata lì, agonizzante. Omissione di soccorso per legittima difesa, egoismo da paura, alibi perfetti. Allora dove sta il confine tra l'accettabile e l'inaccettabile? il comprensibile e l'incomprensibile? la libertà e la violenza?
Avevo detto entra, nuotami, percorrimi, gioca, ridi, raccoglimi in tutto quello che trovi e cerca da sola quello che non vedi ma c'è. Prendi. Tutto. L'ho creduto fino in fondo, io. I miei desideri, i suoi tempi, le sue paure, le mie attese, i suoi sorrisi, i miei baci, le sue ombre cupe, i miei abbracci, le sue lacrime, i suoi arrivi, le sue partenze. Le nostre mani, i nostri piedi, due nasi che si sfregano in un linguaggio carico di suoni. I nostri sapori liquidi mentre ridevamo, sciolte in un unico odore. Non credo di aver sottratto libertà. Sconquassante capire che quel mare aperto senza confini, senza regole, senza tempo, abbia generato soltanto paura, fuga, folle violenza. Per negare se stessa, mi ha affogata nelle nostre stesse acque. Delirio e nessuna risposta. Ieri, non avendo ancora stretta la possibilità dell'impossibile, mi restava, almeno, l'utopia dell'orizzonte. Ma si sa, l'orizzonte scompare nel momento in cui lo si tocca, forse non esiste, comunque non ci si arriva mai. Io sì, ci sono arrivata. Con lei.
Non ho mai conosciuto tanta felicità. Né tanto dolore. La violenza improvvisa, inaspettata, che toglie il respiro, annienta, quella di chi colpisce a bruciapelo, nel pieno della gioia, e fugge via, senza nemmeno voltarsi a vomitare paura ed orrore. In un solo attimo.
La violenza di una donna a una donna.
Abbiamo discusso molto, ora non so più il significato di femminile e maschile. Molti ne fanno categorie estetiche. Anche lei, a volte. Ma ci sono donne uguali agli uomini, pur usando matita e mascara tutti i giorni. Lei. Bella e dolce, matita e mascara, creme per il corpo e profumo giapponese, ingannando se stessa ha barato con la vita, fragile, impaurita, irresponsabile, egoista fino allo stordimento estremo. Lei. Con matita e mascara tutti i giorni, inconsapevole di far male oltre la soglia del niente.
Le donne, con le donne, sono anche questo. Dolore e sofferenza. Brutalità e violenza. Stupro dell'anima, ridotta a brandelli.
Stasera, impietosa, la Luna mi guarda e, urlando dolore, le mie lacrime l'abbracciano stretta, con l'illusione ed il desiderio folle e lucido di cullarla per almeno 2700 anni, il tempo di contare ogni sua efelide. Ma se non bastasse, per molti di più, entrambe lontane dalla paura. Domani.
|
|
|