( Estratto del libro L'eroe negato, Baldini&Castoldi, Milano 2000, 26 ss )
di Francesco Gnerre
Nel 1980 la professoressa Graziella Pagliano, titolare di Sociologia di letteratura all'Università di Roma, relatrice della mia tesi di laurea sul personaggio omosessuale nella narrativa contemporanea, mi regala un libro, L'ombra e il silenzio, di un certo Davide L. Mattia, invitandomi a leggerlo e aggiungendo semplicemente che le poesie trattano lo stesso tema della mia ricerca e dovrebbero interessarmi. Il libro è una raccolta di poesie anonime. Appare infatti evidente che il nome sul frontespizio è uno pseudonimo: si tratta evidentemente di un omosessuale che non vuole esporsi pubblicamente come tale. Leggo il libro e ne sono affascinato: il quadro desolato delle cose naturali e umane di una voce poetica sorretta da una limpida intelligenza e da una sicurezza di stile che denota un esercizio poetico assiduo, oltre che una profonda e complessa cultura. Il libro è diviso in tre parti: "L'ordine delle cose", "Il disordine dell'uomo" e "Autobiografia". Se sono ammirato dalle prime due parti percorse da un pensiero diffidente, desolato, caparbio che rimanda a Lucrezio e a Leopardi, sono ancor più coinvolto dall' "Autobiografia", un vero e proprio canzoniere d'amore omosessuale, percorso da un intenso desiderio dell'altro, spesso irraggiungibile, chiuso nella sua crudele giovinezza, oltre che nei suoi progetti di vita, lontani, sembra, dalle appassionate e dolci profferte d'amore dell'amante:
Potesse come il pensiero la mia bocca posarsi
sulla tua implorata violenta nudità.
Aggrappato
al raggio di sole esultante dei tuoi occhi
come mosca al filo di una tela di ragno
attendo di dissolvermi, carbone acceso
d'inaccettato amore, lasciandoti in pegno
di quel che ho sofferto una cicatrice di luce.
L'autore intende restare anonimo, eppure da questo viluppo ossessivo di desiderio e di frustrazioni si staglia, nitido, un urgente bisogno di affermazione di sé, di gridarlo al mondo, questo "inaccettato amore":
Nessuno potrà vedermi intero
se non saprà il mio amore.
Nessuno potrà mai sapermi
Se non conoscerà il tuo volto.
Nessuno mi è caro e amico
Se non s'inchina alla tua dolcezza.
Questi versi sono come una sfida a mostrarsi, un'affermazione della propria identità, da cui scaturisce evidentemente anche la volontà di pubblicare questi testi; ma il coraggio, emerso così limpido nella poesia, come abbiamo visto in molti altri casi, non diventa pubblico e il canto d'amore rimane disperatamente sigillato. L'autore pubblicamente non ha un nome e le sue poesie non credo abbiano avuto i lettori che si meriterebbero.
Dopo circa vent'anni mi capita di parlarne ancora con Graziella Pagliano e con Sandro Bartolucci, un caro amico, schivo e riservato, cultore di poesia e poeta lui stesso, che fa del libro una attenta e partecipata lettura. Graziella Pagliano mi dice che l'autore è morto e forse, a distanza di tanti anni può anche farne il nome: Alberto Aquarone. Il nome immediatamente non mi dice molto, ma mi documento e vengo a sapere che Alberto Aquarone, nato nel 1930, è stato uno storico di rilievo, professore universitario, autore di importanti saggi sull'Italia liberale, sull'organizzazione dello Stato totalitario, sulla storia americana, su cui hanno studiato generazioni di studenti. Aquarone è morto nel 1985 in seguito a una dose eccessiva di sonniferi, a soli 55 anni. A suo nome è stata istituita una borsa di studio all'Università La Sapienza di Roma e nel 1995, a dieci anni dalla morte, è stato ricordato alla LUISS (Libera Università degli Studi Sociali) con un convegno a cui hanno partecipato illustri studiosi.
Gli atti del convegno ora sono in un libro, Alla ricerca dell'età liberale. Ricordo di Alberto Aquarone, a cura di Sandro Notari, Giuffré, Milano 1999. I dotti relatori disquisiscono dei problemi storiografici che sono stati al centro dell'attività di storico delle istituzioni di Aquarone, ma nessuno parla della sua vita privata, al di là di qualche cenno ad "uno stile di vita riservato", "estraneo a qualsiasi pubblicità della persona". In una lettera dei suoi studenti si legge che "era riservato e severo, ( … ) uomo di vastissima cultura ( … ) ci affascinava con l'arguzia delle sue citazioni, con i particolari inediti, con riferimenti che non si limitavano al campo strettamente storico, ma spaziavano in quello economico, morale, letterario, artistico". E ancora: "Contrassegnate da una tolleranza sentitamente laica le lezioni erano ricche di polemiche, precise e puntuali, che apportavano alla conoscenza nuovi succhi di linfa vitale".
Un bel libro, un ottimo contributo alla conoscenza di Aquarone storico, ma quanta tristezza! Il fatto che nessuno parli delle sue poesie pubblicate con uno pseudonimo, che a nessuno venga in mente che si può onorare la sua memoria pubblicando i suoi testi letterari (Aquarone deve averne scritti molti: la lettura delle sue poesie fa presupporre un assiduo esercizio letterario), il fatto che la sua omosessualità rimanga ancora un tabù gelosamente custodito, tutto questo fa pensare che l'amore per un altro uomo, che deve avere tormentato Aquarone per tutta la vita, deve rimanere, per i suoi amici e colleghi, un amore "inaccettato". Certo, lui, Aquarone, che ha dovuto fare i conti con insondabili abissi della sua sensibilità oltre che con l'ostilità esterna, a una rivendicazione pubblica della sua omosessualità, con i rischi che un coming out poteva comportare nel chiuso mondo accademico, aveva scelto un esercizio segreto del suo orientamento sessuale con le sue umiliazioni e le sue fragili sicurezze. Ma noi, oggi, se veramente vogliamo ricordarlo, dobbiamo forse cominciare a dare dignità e visibilità al suo "inaccettato amore" e "inchinarci" alla sua "dolcezza". Tutto il resto è ipocrisia.
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