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A Massimo Consoli
Ci sono persone che fanno dono di sé
per Natura
egoismi e opportunismi per loro
sono insanie e corruzioni
ci sono persone che invertono
l'ordine del discorso dominante
che vivono per dare
che prendono
facendo di sé l'offerta
Partorisce in loro la Natura
i più carnosi dei suoi figli
e la carne appassionata
conosce del tempo
appuntamenti e defezioni
e s'affretta estenuandosi
perché sa
che il tempo della vita può finire
lasciando la vita stessa
senza senso
senza offerta
nel coma della delusa passione
Quando ad essere offerta è la memoria
la lotta della carne vede
la carne vittoriosa
mischiarsi con lo spirito e la gioia
sconoscere ogni defezione
del tempo ogni collasso
degli umani ogni miseria
lasciarci il dono di una vita intera
che partorisce senza sosta
per tutti noi
il dono inestimabile
della nostra Storia
14.05.2002 Delia Vaccarello **********
Scheda Archivio Massimo Consoli (da "Un, due, tre liberi tutti" del 14 maggio 2002)
Il 28 gennaio può considerarsi la data ufficiale dell'acquisizione da parte dello Stato dell'Archivio Massimo Consoli. Ma la comunicazione, allo stesso Consoli, è arrivata solo qualche giorno fa.
4.000 libri e opuscoli.
Centinaia di diverse collezioni giornalistiche gay, per un totale di 8.000 copie, 50.000 ritagli di giornali, 1.500 cartoline, un centinaio di spille, una settantina di calendari, 90 guide, 2.500 volantini, 800 poster, 6.000 foto di personaggi "storici", di manifestazioni, conferenze, cerimonie, 650 opuscoli sull'argomento Aids, una cinquantina di T-shirts. Varie le raccolte specifiche sulle figure importanti: tra le altre, Bellezza e Pasolini. Tra gli epistolari il più importante riguarda l'amicizia Consoli-Bellezza:
"Quei libri -dichiara Consoli- e quei documenti sono stati quanto di meglio ho fatto nella vita".
L'OLANDA DOPO FORTUYN - Cinque domande a Massimo Consoli di Saverio Aversa
Massimo Consoli è tra i fondatori del movimento gay e lesbico italiano. Il suo Archivio, uno dei più vasti al mondo, è stato da poco rilevato dallo Stato. Recentemente ha anche ottenuto l'adozione per il giovane che ormai da tanto tempo ha scelto come figlio.
1) Fortuyn è da considerarsi un martire gay?
Diffido per natura da tutti i martiri che sono spesso serviti a
giustificare dei veri e propri massacri, a cominciare dai cristiani che, per
vendicare poche decine di loro morti hanno ammazzato milioni di poveri
disgraziati nel corso dei secoli. Credo che Fortuyn sia stato ucciso per le
sue posizioni politiche e non per la sua identità gay.
2) Tu che hai vissuto in Olanda e da lì hai iniziato il tuo attivismo come
omosessuale, cosa pensi delle tensioni che vive oggi quel paese?
L'Olanda è un paese molto democratico e con un forte senso del rispetto
(rispetto, non tolleranza) verso l´"altro", verso idee, posizioni, realtà
diverse dalle proprie. Alla fine degli anni '60 io scelsi quel paese proprio
per questo motivo e, cosa da non sottovalutare, lì il movimento gay aveva
già una sua storia più che decennale quando da noi mancava perfino il più
elementare senso di appartenenza ad una comunità. Oggi si tende a far
risalire tutta la nostra storia dall'America. Non è vero. I nostri veri
modelli erano l'Europa scandinava e, appunto, l'Olanda.
3) Che considerazioni puoi fare riguardo alla cultura musulmana e alle sue
implicazioni omofobe?
Il mio primo "amore", nel 1961, fu proprio la cultura islamica, ed il
mio primo "eroe" è stato ed è tuttora Lawrence d'Arabia. Mio figlio è musulmano. Lo stesso Fortuyn aveva dichiarato che l'Islam aveva prodotto una
delle più straordinarie civiltà di tutti i tempi... ma fino a qualche
secolo fa. Oggi la situazione è molto diversa. L'Islam è sempre stato
tradizionalmente tollerante verso l'omosessualità anzi, molto spesso se
n'è fatto portatore verso culture meno disponibili, al contrario del
cristianesimo che le è sempre stato ostile e persecutorio. Se oggi la
situazione è drasticamente diversa è dovuto anche (non soltanto,
ovviamente, ma in buona parte) all'influenza della colonizzazione cristiana
occidentale che vi ha esportato una considerazione sociale fortemente
negativa. Se ciò è valido a dare una spiegazione, non può servire anche
da giustificazione. Su questo Fortuyn era stato molto chiaro: l'Olanda è un
paese democratico e tollerante, aveva detto, che non può permettere a
ideologie illiberali e intolleranti di affermarsi a spese sue. Chi viene qui
ne deve accettare e rispettare le regole fondamentali in uno stato di
diritto.
Ciò che lo aveva irritato e spinto ad assumere posizioni di un certo
estremismo, era stata la famosa affermazione dell'Iman di Rotterdam sui gay
addirittura "inferiori ai maiali". Un Iman che, per propria ammissione, dopo
così tanti anni in Olanda, ancora non ne parlava neppure la lingua! Ma
come, aveva pensato il leader olandese, noi ti ospitiamo nel nostro paese,
ti diamo un lavoro, una casa, una serie di opportunità e di diritti dei
quali non sospettavi neppure l'esistenza e tu, come ringraziamento, ci
ricopri di insulti e proponi di farci sgozzare come porci?
Mi sembra importante sottolineare come Fortuyn non fosse affatto razzista
né tanto meno violento. Lo aveva dichiarato con molta chiarezza: "Condanno
ogni forma di violenza politica, ogni forma di discriminazione legata alla
razza o alla religione". Purtroppo, come ogni movimento troppo vincolato ad
una figura carismatica, dei suoi successori non c'è troppo da fidarsi
(e lui stesso era il primo ad avere dei forti dubbi suoi propri
collaboratori).
4) Pare Fortuyn fosse contrario al matrimonio tra persone delle stesso sesso
e anche ostile alle adozioni per le coppie gay e lesbiche. Non credi queste
posizioni non consentano pari opportunità per tutti i cittadini?
Ideologicamente parlando, anche io sono contrario al matrimonio in
quanto legame inventato dal potere (scusate questo linguaggio un po' datato,
ma ancora, valido, mi sembra) per meglio controllare i propri cittadini. Non
dico niente di nuovo. La mia è una posizione anarchica e, fino a qualche
tempo fa, ampiamente condivisa dalla sinistra rivoluzionaria e
antiautoritaria. Non dimentichiamo che il movimento gay italiano degli anni
settanta nasce contestando proprio il matrimonio e la famiglia. Detto
questo, è ovvio che io mi batto per i diritti di ognuno di amministrarsi
come ritiene più giusto. Se c'è chi, per motivi che non spetta a me andare
a sindacare, è convinto che il matrimonio sia la forma migliore di legame
affettivo, è giusto che si impegni in quel modo ed è giusto che il
movimento glbt lo consideri una delle sue priorità. Io lotto per la
possibilità di ogni individuo di appartenere volontariamente ad una
comunità, di accettarne i doveri e pretenderne i diritti.
5) La destra italiana si farà mai carico delle istanze delle persone glbt?
La destra italiana è sempre stata omofoba e persecutoria, come tutte le
destre dei paesi cattolici che, non lo dimentichiamo neppure per un attimo,
sono state le ispiratrici delle peggiori dittature del secolo scorso,
compresa quella nazista (Hitler, e buona parte dei suoi più stretti
collaboratori, erano cattolici). Le rare eccezioni del passato e del
presente non bastano a dimostrare il contrario. Se ci sono dei cambiamenti
in atto, ben vengano. Ma è la destra che deve aprirsi alle nostre
tematiche, venirci incontro, e non il contrario. La conoscenza che ho della
storia recente mi insegna che, ogniqualvolta i gay si sono fidati di una
dittatura (di destra o di sinistra non fa molta differenza), sono finiti
sterminati in una notte dei lunghi coltelli in Germania o suicidati in massa
nell'Unione Sovietica.
Altre recensioni
NEW AGE: "AFFETTI SPECIALI" - IL MANIFESTO DI MASSIMO CONSOLI (AGI - Agenzia Giornalistica Italia) - Roma, 2 marzo 1999, a firma Vittorio Morelli
Dall'era dei Pesci a quella dell'Acquario. E' il 1963 e nasce la Nuova
Era, quella conosciuta come New Age. All'inizio è solo un sussurro,
un'utopia, poi via via la necessità di riscoprire i valori legati alla
natura, alla spiritualità, all'armonia con l'Universo, si affermano fino
a diventare negli anni Ottanta, una nuova religione, una nuova morale. E
nel 1964, la New Age arriva anche in Italia. E in quell'anno il
diciannovenne Massimo Consoli, profeta del Movimento Gay Italiano, mette
a punto il primo Manifesto Naturistico.
E proprio a questo Manifesto è dedicato uno dei capitoli del nuovo libro
di Consoli, "Affetti Speciali" (Massari Editore).
In "Affetti Speciali" lo scrittore rievoca poeticamente la giovinezza
nella Roma popolare del secondo dopoguerra, propone quadri descrittivi,
aneddoti e sfumature nostalgiche che riportano alle atmosfere
post-neorealistiche di "Ragazzi di Vita" di Pasolini.
"Noi, figli del ventesimo secolo - scrive Consoli nel Manifesto - non
appartenendo a nessuna religione e a nessuna filosofia restrittiva,
instaurando su basi già fissate dalla Natura la nostra nuova morale,
inneggiamo alla libertà d'amore, alla libertà di intenti, alla libertà di
tutto, alla distruzione delle ipocrisie e delle loro chiese, alla
distruzione delle superstizioni e dei loro templi, alla distruzione dei
falsi riti e dei loro altari; tutto è permesso se non offende il
prossimo".
Per lo scrittore, "Lavorare la terra è un atto religioso, un'esigenza
spirituale". "Lo faccio con piacere - aggiunge - perché è il mezzo più
efficace per entrare in contatto con la nostra Madre. Lavorare la terra
nella maniera più naturale possibile, la meno invasiva, senza l'uso di
concimi nocivi o di esagerati strumenti meccanici. Toccarla con mano e
con i piedi, è un atto d'amore quasi sensuale. Il sudore che cola dalla
fronte è il seme che la feconda e la terra è felice di essere così
carezzata, coccolata, rigirata, ripulita di tutte le erbe non utili in
quel momento".
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ADN-KRONOS, 18 marzo 1999
In libreria 'Affetti speciali'
Massimo Consoli chiede scusa alla Maraini in un libro
"Fui vittima di uno scherzo di Dario Bellezza. Gli piaceva 'trippare' e
far litigare la gente"
ROMA - (Adnkronos) - "Dacia Maraini costituisce un altro esempio di
braccia robuste arbitrariamente sottratte al lavoro dei campi, dove
avrebbe potuto esprimere più efficacemente la sua personalità e
contribuire, nel contempo, a ridurre il deficit della nostra bilancia
dei pagamenti con l'estero per l'acquisto di prodotti ortofrutticoli".
Questa affermazione, apparsa su "Umanità Nova", è la terribile vendetta
di Massimo Consoli, scrittore e tra i fondatori del movimento gay in
Italia, contro l'autrice di 'Bagheria', frutto di uno scherzo fatto a
Consoli dal poeta Dario Bellezza. Consoli lo racconta nel suo ultimo
libro, 'Affetti speciali', edito da Massari (320 pp., L. 25.000), e ne
approfitta per chiedere scusa alla povera Maraini. "Dacia -racconta
Consoli- era una donna straordinaria, che io ho sempre adorato:
intelligente, buona, sensibile. Perciò non capii come, un giorno, se ne
potesse uscire su "Paese sera" dichiarando che l'omosessualità
femminile... ha qualcosa di allegro e di felice, mentre l'omosessualità
maschile è spesso lugubre e mortuaria".
In effetti il testo dell'articolo Consoli lo aveva letto in un ritaglio
fatto dallo stesso Bellezza il quale aveva mischiato una dichiarazione
della Maraini e una sua. "L'autore dell'affermazione sull'omosessualità
maschile era proprio Dario -spiega Consoli- che mi aveva fatto uno
scherzo. Da allora non ho più visto o sentito la Maraini fino alla
conferenza del 4 ottobre 1995 nella Sala Rossa del Senato, quando Dario
apparve accanto all'ex ministro per la Famiglia, Antonio Guidi, e al
leader dei Verdi, Luigi Manconi per difendere il suo (giusto) diritto a
combattere l'aids come lui voleva".
'Affetti speciali' parla diffusamente del profondo rapporto di amicizia
che legava Consoli a Bellezza e si apre con una lettera del poeta
scomparso nel '96, per chiudersi con il racconto malinconico della sua
morte e una poesia di Consoli - scritta tre giorni dopo la scomparsa di
Bellezza - che, parafrasando quella famosa di Dante dedicata a Guido
Cavalcanti ("Guido, i' vorrei che tu, Lapo ed io..."), rievoca gli anni
trascorsi insieme nell'appartamento romano di via dei Pettinari.
Adesso le cose sono cambiate. Consoli, prima esule in Olanda alla
ricerca di una terra amica per i gay (erano gli anni '60 e
l'omosessualità era associata a perversione e pornografia), tornava in
Italia per dare vita ai primi barlumi del movimento gay. E raccoglieva
materiale sull'omosessualità, in ogni parte del mondo, nella speranza di
diffondere la conoscenza su una "condizione sessuale non assimilabile
alla 'perversione', come allora si credeva". Quel materiale, che
all'epoca gli veniva contestato dal nostro paese, recentemente è stato
riconosciuto di grande valore.
E Consoli protesta vivamente contro il ministero dei Beni Culturali e,
recuperando gli improperi rivolti all'epoca, erroneamente, contro la
Maraini, li rigira all'indirizzo dei dipendenti del ministero. Perché?
Perché quel famoso materiale che costituisce l'Archivio Consoli, dal
1996, grazie al D.P.R n. 1409 del 30.9.1963, è 'requisito' dallo Stato
in quanto "patrimonio di interesse nazionale".
"Dovrei essere felice per questo -afferma Consoli all'Adnkronos- ma non
è così. Anzi, se fosse per me indirei un referendum per l'abolizione del
ministero dei Beni Culturali e restituirei al lavoro dei campi le
braccia di tutti i suoi solerti dipendenti. Hanno bloccato tutto. Di
solito, se uno dedica gli anni migliori della propria vita a raccogliere
materiali, indebitandosi per fare questo, non può tollerare che lo Stato
lo requisisca. E sa cosa mi hanno detto a proposito dei cento milioni di
debito che ho fatto per accumulare tutto quel materiale? "Eh, no, caro
dottor Consoli, i cento milioni li deve pagare Lei". Sa cosa fanno
invece in America? Non battono ciglio se uno che ha passato anni per
dare vita all'archivio più grande d'Europa sull'omosessualità, decide di
venderlo all'estero. Al massimo esercitano un diritto di prelazione
sull'acquisto. Come nel caso dell'archivio di Allen Ginsberg. Una
università americana, mi pare che fosse quella di Stanford, che aveva
definito la cultura 'beat' un 'fenomeno non serio', dopo essere tornata
sui propri passi e avere riconosciuto la 'beat generation' come
'fenomeno originariamente americano', offrì a Ginsberg un milione di
dollari per il suo archivio. In Italia, invece, -conclude Consoli- al di
là della gratificazione per il riconoscimento pubblico, nulla. Solo
l'immobilismo".
Pippo ORLANDO
16 marzo 1999. Ore 18:57
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ADN-KRONOS, 16 marzo 1999
I Libri per voi
Affetti speciali
Massimo Consoli, Massari editore, pp. 320, L. 25.000
Felice di essere nato a Testaccio ("un piccolo angolo di paradiso"), ma
profondamente avverso ai romani di questi tempi ("questa banda di burini
e buzzurri inciviliti - ma non civilizzati - di impiegati statali, di
nani morali e nannimoretti, di papi polacchi e di predofili...") Massimo
Consoli si racconta dalla nascita fino ai successi più recenti. "Dovrei
essere contento -afferma lo scrittore- di avere visto premiata la fatica
della mia vita: il riconoscimento da parte del Ministero dei Beni
Culturali del mio archivio di Frattocchie". Il famoso archivio Consoli,
una smisurata quantità di materiale sull'omosessualità raccolta nel
corso degli anni con invidiabile pazienza: corrispondenza col poeta
Dario Bellezza e con organizzazioni gay di ogni parte del mondo,
volantini, rassegne stampa, cartoline, volumi e riviste di ogni ordine e
grado. "Da quel momento (era il 1996) però -denuncia Consoli- non sono
più padrone della mia fatica e lo Stato italiano non ha riconosciuto
neanche il debito di 100 milioni che io ho fatto per mettere su
l'archivio. 'Eh, caro dottor Consoli -mi hanno detto- il debito lo deve
pagare Lei'. Qui non succede come in America dove la stessa Università
che prima aveva definito 'non serio' il fenomeno 'beat', tornando sui
propri passi e riconoscendolo come 'fenomeno originariamente americano',
ha offerto un milione di dollari ad Allen Ginzberg per il suo archivio".
In 'Affetti speciali' Consoli si racconta e racconta dei suoi anni
passati con Dario Bellezza nell'appartamento romano di via dei
Pettinari, della sua scelta di vivere apertamente l'omosessualità
nell'Italia democristiana, della sua fuga in Olanda alla ricerca di un
'Eden' per i gay, del suo rapporto di amore-odio nei confronti del suo
paese che lo ha, in passato, controllato e, paradossalmente, "accusato
di avere raccolto materiali e scritto su temi che adesso fanno parte del
tanto acclamato (dallo stesso Stato) archivio".
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MEMORIE SPECIALI
il più importante libro di Massimo Consoli è diventato un'opera cult
Siccome il libro autobiografico di Massimo Consoli, Affetti speciali
(Massari editore, Bolsena, 1998), pare abbia avuto un gran successo di
pubblico e sia divenuto come una specie di cult fra i giovani, mi sembra
logico dover dire qualcosa anch'io sull'argomento.
Certo, quando a suo tempo l'ho segnalato, non immaginavo tutto questo,
anche se mi aveva profondamente colpito: e a tal punto che, non solo me
lo sono letto e riletto diverse volte, ma ricordavo (e ricordo tuttora)
a memoria, interi paragrafi e frasi e storie! E poiché tutto ciò,
logicamente, significa che il libro ha inciso al profondo la mia
fantasia e sensibilità, vorrei cercare di capirne e spiegarne il perché:
e per questo ci sono diverse ipotesi.
La prima dice che, probabilmente, il libro di Consoli mi ha interessato
così tanto, perché in fondo riflette la mia stessa vita (visto che solo
il simile comprende il simile). Cioè, nel suo libro io ho rivisto me
stesso tale e quale (o quasi) a lui: e chi di noi non ricorda la propria
infanzia? E non è stata forse uguale alla sua?
Magari noi potremmo dire che la nostra risposta è stata diversa, ma la
domanda era sempre la stessa: come per quei cavalieri del Santo Graal
che, di fronte all'oggetto della loro fede che poneva loro come una muta
domanda, non avevano il coraggio di porla a loro volta, chiedendo a sé
stessi il perché, e continuavano la loro via come se nulla fosse...
Consoli invece l'ha posta, la domanda: e di fronte all'oggetto della sua
fede, o al mondo, alla gente e al suo amore per loro, si è chiesto:
perché? a che a che scopo? a che servo io? E da qui è nato tutto quanto:
questa straordinaria biografia, che è solo il riflesso di un'ancora più
straordinaria vita, di una vita speciale...
E lo è soprattutto perché è anche una vita normale, una vita di tutti
che anche noi potremmo aver (o forse abbiamo per davvero) vissuto: ma
soltanto in sogno, nei sogni a occhi aperti che tutti facciamo, ma che
non diventano mai realtà, restano solo sogni. E la realtà è solo la
scuola, l'ufficio e la pensione. E ancora lì a sognare, e a insegnare ai
nostri figli a sognare il futuro come noi, all'infinito...
Ma Consoli spezza il cerchio e va oltre: invece di sognare, vuole subito
realizzare tutto quel che sente dentro di sé: cosciente che anche altri
come lui, e chissà quanti, hanno vissuto e subìto le sue prove, ma si
sono arresi alla scuola, al lavoro, alla pensione... no! Lui non cede, e
fin da allora comincia a porre le basi di una vita esemplare.
Sì, proprio così: e la sua biografa ci piace perché è quella che noi
vorremmo sempre aver vissuto, o forse l'abbiamo già vissuta senza
accorgercene: quanti tra noi eteri o gay o chissà cos'altro, non sono
stati tentati in giovane età da una vita così, e non ne hanno mai avuto
il coraggio?
E quindi, ecco perché tale vita più fantastica (per noi) che reale, ci
affascina e ci confonde: e l'inconscio, che cerca di trovare (per noi)
qualcosa di più bello e giusto, si appropria di quei sogni e li fa suoi
cercando quasi di renderli reali. Per questo poi ricordiamo così bene a
memoria...
Ma, naturalmente, c'è anche una seconda ipotesi, che non esclude affatto
la prima: e cioè, che anche noi abbiamo realmente vissuto un'infanzia
così, ma non ce la ricordiamo, ed è solo grazie a lui, che ci fa da
memoria, che il tempo antico ritorna a noi.
E io mi ricordo benissimo, anche se ho qualche primavera meno di lui,
tutto quel che racconta dei suoi primi anni. Tranne, certo, il momento
della scoperta e della domanda, e che per me sono state diverse, anche
se poi non molto in fondo, visto che sto ancora qui a parlarne. E, come
me, anche altri se ne sono accorti...
E sono questi certo, che hanno fatto il successo e la fama del libro, in
cui si riconoscono. Del resto, che meraviglia c'è, se anche noi ci
ricordiamo tutte quelle storie della guerra e del dopoguerra? E che
problema c'è a ricordare una giovinezza comune a tutti, e che solo i
giovanissimi di oggi faticano anche soltanto a immaginare?
Chi può dimenticare quelle calde giornate di sole di una giovinezza al
di fuori del tempo che, passate nell'inconscio, sono diventate ormai
archetipi di un mondo più simbolico che reale? O più reale di quello che
noi viviamo oggi? Di un mondo che ormai non appartiene più al tempo, ma
all'eternità?
E quindi, se vogliamo, il vero merito dell'autore, sarebbe quello di
averci ricordato quel che noi già sapevamo: e di averlo fatto in modo
così suggestivo e profondo, da risvegliare i nostri archetipi più
antichi. E così il sogno è diventato realtà, così noi ricordiamo i suoi
sogni al posto dei nostri, o meglio, attraverso i suoi noi ricordiamo
noi stessi.
La terza ipotesi, infine, ci dice che probabilmente il libro di Consoli,
oltre a quanto sopra, ha interessato così tanto per un terzo motivo: e
cioè per il suo carattere di precursore dei nostri tempi, del fenomeno
più importante dei nostri tempi... E starei per dire: come al solito, se
andiamo bene a vedere tutte le cose da lui anticipate, che sono miriadi,
e di alcune delle quali non ci siamo ancora accorti (ma ci accorgeremo a
suo tempo). E il fenomeno in questione, o almeno quello che mi viene in
mente adesso, è l'avvento della new age...
E tutti sanno che questo straordinario revival religioso, preparato, è
vero, dai grandi movimenti spiritualisti degli ultimi due secoli, è nato
soltanto in questi anni più recenti, estendendosi praticamente in tutto
il mondo... beh, Consoli lo viveva già quasi cinquant'anni fa! E non
sono il primo ad averlo notato, visto che anche la stampa se n'è accorta
e l'ha posto nel dovuto risalto.
E' sufficiente sfogliare i suoi Affetti Speciali per vedere che, accanto
alla prospettiva gay (che qui assume quasi nient'altro che una funzione
di veicolo, di strumento attraverso il quale far passare la verità da
Dio agli uomini...), quella che più lo interessava erano quella politica
e quella religiosa. E anzi, quella religiosa attraverso quella politica.
E non per niente, allora, aveva frequentato tutti i partiti e tutte le
religioni del tempo! E per quale altro motivo, se non per avere poi in
sé come una visione interconfessionale (una parola oggi di moda) di
tutta quanta la società? Basta solo leggersi il libro per capirlo, e
tanto che non c'è neanche bisogno di dirlo...
E grazie alle sue multiple esperienze nel campo anche lui, da bravo
profeta, un bel giorno ricevette la sua illuminazione: rifiutò tutti i
partiti e tutte le fedi, aprendosi all'anarchia e all'ateismo religioso.
La prima, perché nessun partito esprime veramente l'individuo, e anzi lo
opprime. Il secondo, perché è la sola risposta coerente data alle
religioni inventate dall'uomo, che parlano di un Dio che né conoscono
né, tantomeno, capiscono.
Perciò Consoli è riuscito in quella quadratura del cerchio dove tutti
avevano fallito: vivere una vita profondamente religiosa ignorando
l'idea o l'immagine di Dio, essere intriso di fede trascurando
comandamenti, precetti, virtù teologali, sentirsi colmo di santità senza
bisogno di inchinarsi davanti a statue o immagini sacre.
Già da allora aveva capito che il vero Dio (se così vogliamo chiamarlo)
è la Natura, quella che tutti vediamo e comprendiamo. E che, cosa assai
più importante, vedevamo e comprendevamo da giovani: prima che scuola,
lavoro e pensione, ce la facessero dimenticare...
Ma lui non ha dimenticato: e ancora oggi, a distanza di decenni,
continua imperterrito a proporre sempre tutto ciò che aveva già capito
allora. E cioè:
- Che siamo un prodotto della Natura, che questa è procreativa e
affettiva insieme, e si manifesta per prima cosa nei nostri istinti,
specie quelli sessuali, i quali non mirano solo alla "riproduzione" ma
anche alla "costruzione", ed hanno, perciò, una valenza asociativa, cioè
culturale. Che qualsiasi istinto, emanante da questa Natura, è quindi
sacro, e non può essere ostacolato impunemente, senza rischio per la
stessa società.
- Che la vera società religiosa, è quella che permette a tali istinti di
manifestarsi, e ci fa crescere in armonia col mondo. Mentre una società
che ostacoli tali pulsioni, è una collettività irreligiosa e inumana,
che si sviluppa in disarmonia con l'universo, e prima o poi finirà col
distruggerlo (almeno, così come lo conosciamo).
- Che un ritorno alla Natura e al lavoro dei campi (giusto per portare
un esempio), può essere considerato alla stregua di un atto religioso. E
quante comuni e gruppi ecologici di oggi, di destra e di sinistra, e che
proliferano nel mondo, stanno applicando le idee di Consoli, magari
senza neanche saperlo?
Luigi Ferdinando
SPECIAL AFFECTS
or
THE POETICS OF REMEMBRANCE
(released March 1999)
Who is in all truth the man in the Demo-Christian Italy of the 1960's
that chooses to publicly affirm his own homosexual dignity and to
dedicate his whole life to the anti-discrimination struggle? Why does he
decide to take on such an adventure? Is he motivated by exhibitionist
needs or by moral values, with sensibility and courage above the
average? Or then, how does his life flow between the fury of protest and
the survival needs?
These are questions which find exhaustive answer in AFFETTI SPECIALI,
Massimo Consoli's most recent book, an autobiographic work that, in the
immediacy and spontaneity of a narration without preconceived structure,
is able to paint an effective picture of one of the most significant
coming out of the Italian history of the Gay Movement.
AFFETTI SPECIALI is a courageous book because the writer uncovers his
own interior route, from infancy to maturity, without any fear of
showing that the discipline and the adult determination, which he
chooses to risk in an uncomfortable and difficult struggle, derives
and regenerates from the painful search in a restless youth without
proven models and referents.
In such a sense, Consoli's book succeeds in transforming the strictly
personal connotations for becoming the mirror of a route that, even in
the current historical circumstances, many gay youth must complete in
order to affirm one's own identity, defeating prejudice and becoming
stronger in the process of overcoming adversity.
However, the writer reevokes poetically in AFFETTI SPECIALI, his youth
in a post-war proletarian Rome, proposing descriptive pictures,
anecdotes, and nostalgic hues that take us to the post-neorealist
atmosphere of (Pasolini's) "Ragazzi di vita". At that point one notices
the Pasolinian regret for a world of traditions and generosity which
have been wiped out by homogeneization, and annihilated by neocapitalism
and the mass media cultural devastation.
There emerge pages in which Consoli, Odysseus in an incomprehensible
world of prefigured norms and of paradoxical prohibitions, meanders
among the most diverse spiritual and political experiences, encountering
the most varied environments, where he ascertains that the strongest
enemy against his identity is the catholic morality, a Moloch which is
responsible for an endless chain of human suffering and of unpunished
crimes.
Surprisingly, in the writer's narrative engagement, his initiatives for
the foundation and the assertion of the Italian Gay Movement turn out to
be described even excessively reduced in scale.
However, important pages, such as the ones relating to the creation in
Rome of three different Gay Houses, in different moments, his rapport
with the different political City administrations or the vicissitudes
connected with the search for the right settlement for his monumental
gay archive seem to be scant or little evident. It seems almost that
the interior dimension, appearing immediate, sensitive, dreamlike,
frequently pictured with humility that surprises who knows Consoli's
pride and the overwhelming ego, is capable of giving justice, through
his maturity's wisdom, to all the low blows of competition in the modern
era.
AFFETTI SPECIALI then proposes a route in which the writer's existential
experience, which often streams in pages of authentic poetry and curious
episodes that surprise and amuse, reveal the many virtues and qualities
a gay person can develop from the treasures of the infinite remedies
that reason and fantasy in turn offer in the opposition to some
undeserved suffering.
If there are not lacking rare moments in which a narcisistic self
indulgence are hoisted, which contrasts sharply with the humility and
the delicate moments that pervade the majority of the narration,
coherence, honesty, mental openness, compassion, emerge in the end like
characteristic traits in an interior route that offers a lesson of deep
morality to those who find more convenient to look for nitpicking on
others' sexual practices.
This book is made more precious by the desription of those meetings and
relationships that Consoli has had with public figures and men of
culture of the second half of the Nineteen hundreds, and whose names
alternate with the many real picaresque characters, whose vicissitudes
follow and precede the moving friendship with Dario Bellezza.
AFFETTI SPECIALI, finally, is not properly autobiographic; it is a
sequence of tableaux which make one find again the pleasure to read and
to dream, in the way it was before television. It is the narration,
sometimes pained but more often amused, of the meaning of a life that is
still flowing and which gives us a few useful teachings on the price of
coherence and the joy of love.
by Enrico Verde
"AFFETTI Speciali", by Massimo Consoli, R. Massari Editore, 1999, 320
pag.
Breve Antologia da "Affetti Speciali"
La gioventù è una malattia grave,
della quale qualcuno muore,
i più ne rimangono handicappati per tutta la vita,
e pochi la superano vaccinati
……..Quando a papà veniva voglia di fare la grattachecca, era festa grande in famiglia. Non per niente, quando succedeva, coincideva sempre con la domenica. Ero io, allora, che andavo sotto casa, a Testaccio, per cercare una colonna di ghiaccio atta alla bisogna. Mamma mi dava degli asciugapiatti puliti con i quali foderavo il piccolo iceberg per poterlo trasportare (le comode e inquinanti buste di plastica dei nostri giorni erano di là da venire...). Quando finalmente, dopo tanto girovagare per il quartiere, tornavo a casa (non era un acquisto facile, in un giorno festivo), allora tutti ci mettevamo attorno a papà, per vederlo all'opera, a scegliere lo sciroppo preferito tra il tamarindo, l'amarena, l'orzata e la menta che lui preparava da sé, con gli estratti, per risparmiare e perch'era più buono.
La domenica era il giorno più importante della settimana. Il più impegnativo. Tutti facevamo il bagno nella vasca bianca di ghisa smaltata, sollevata dal pavimento su quattro zampe di chissà quale animale mitologico, versandoci una o due pile di acqua riscaldata sulla macchina del gas e mischiata con l'acqua fredda che usciva dal rubinetto. L'acqua calda corrente ancora non esisteva (a casa nostra), perciò si cercava di scaldare il più possibile le proprie pentole (magari portandole ad ebollizione) per avere più acqua dove sguazzare a piacimento. Ma visto che ognuno aspettava il proprio turno con impazienza, l'impresa era un po' ardua: più l'acqua si voleva calda, più a lungo doveva aspettare il proprio turno chi veniva dopo.
Poi, c'erano sempre discussioni perché chi s'era fatto il bagno prima, non aveva pulito bene la vasca dei propri rimasugli.
Talvolta, di mattina presto, papà mi portava al mercato di Porta Portese, distante dieci minuti a piedi, per comprare il tabacco. Ho questo vago ricordo di fazzolettoni aperti sul marciapiede, pieni di cicche messe insieme a seconda della marca, del gusto, della "forza". Papà ne prendeva una manciata, da vero intenditore, se le avvicinava per vederle bene da vicino, le annusava, ne apriva qualcuna per controllare quanta parte era irrimediabilmente bruciata e perciò inutilizzabile, e quanta poteva essere riciclata in nuove sigarette fatte a mano, poi contrattava il prezzo con i venditori che, ovviamente, si chiamavano "ciccaroli", e stavano lì, in piedi, appoggiati al loro bastone chiodato con il quale infilzavano le cicche ed era un po' lo stemma nobiliare della loro professione. Le vendevano "a bicchiere": quante ne entravano dentro un bicchiere costavano tanto... Le vendevano anche a peso, ma pochi avevano la bilancia, così era tutto un conteggiare che tanti bicchieri corrispondevano a tanti etti, e così via.
Tornati a casa, metteva le cicche da parte per farle un po' "decantare", e far morire i germi, prima di aprirle tutte, farle asciugare per bene, e poi riutilizzarle.
Spesso tirava fuori da un piano della sua credenza privata un pacco di carta velina, di un tenue color marrone, che ci mettevamo a tagliare a forma di rettangoli per uso... sanitario. Erano gli antesignani di quella che, più tardi, rappresenterà una vera e propria rivoluzione nei nostri rapporti con ... il "basso ceto": la carta igienica! Ed erano anche i successori della carta da giornale che, piegata e tagliata in quadrati irregolari, ancora ricordo pendere da un chiodo del bagno di via Galvani.
Mamma sovrintendeva a tutte le manovre, mentre stirava le camicie o metteva a posto la camera da pranzo. A me mi pettinava lei, un po' perché non c'era posto in bagno, un po' perché i miei capelli erano ribelli (alla "Marlon Brando", dicevano tutti, ed io morivo dalla voglia di vedere chi fosse, questo Mallon Bàndo che ancora non conoscevo) e cercava di mantenerli a posto mettendoci una forcina proprio davanti che io trovavo comodissima ed invece ai miei amici, non ho mai capito il motivo, li faceva scompisciare dal ridere.
Dovevamo cercare di fare tutto questo nel massimo silenzio possibile in un appartamento composto da un ingresso (dove dormivano le mie due sorelle), una camera da letto (dove si trovava il letto matrimoniale, il letto dei miei fratelli e la brandina pieghevole dove dormivo io), un bagno, una cucina ed un balcone.
Papà dormiva. Se si fosse svegliato male, la giornata sarebbe morta lì. Se invece si alzava soddisfatto, potevamo partecipare tutti al rito della scelta: "Preferite il gelato o il cinema?", ci chiedeva, immancabilmente.
Allora, per farlo riposare bene, io mi sottomettevo alla più defatigante corvée della mia (ancor giovine) vita: papà voleva che gli pettinassi i capelli mentre dormiva. Poi, mi avrebbe elargito la straordinaria somma di dieci lire (che potevo scialacquare a mia totale discrezione, senza alcun controllo materno). Dieci lire non erano poche, attenzione! Ci si comprava un gelato, oppure un giornaletto, o una busta di grosse gomme americane (quelle che oggi si chiamano bubble gum, per intenderci, e non le Brooklyn) con allegato regalo a sorpresa di un soldatino, la tenda degli indiani, un cow boy a piedi o a cavallo, se ero particolarmente fortunato, o cose del genere.
Ma non c'era verso di bluffare. Papà ronfava alla grande, ed io cercavo di svignarmela diminuendo l'intensità del massaggio: rallentavo, rallentavo, rallentavo... smettevo... e papà pure smetteva di ronfare esortandomi: "Dai, vai avanti, sennò le dieci lire non te le do!"
Infine si svegliava del tutto. Mi pagava per il lavoro minorile svolto, si dava una sciacquata al viso, si guardava un po' attorno e: "Preferite il gelato o il cinema?", chiedeva.
E questa domanda ci precipitava in una crisi irresolubile: il gelato dava più soddisfazione, ma finiva presto. Tutto si concludeva in una passeggiata di mezz'ora da casa alla piazza del mercato di Testaccio, all'epoca ancora scoperto, che di domenica rigurgitava di tavolini usciti da chissaddove. Anche lì bisognava scegliere tra Zì Elena, ch'era la nostra favorita ma difficilmente disponibile stante la lunghissima fila di testaccini in attesa d'essere serviti, e le altre gelaterie che s'affacciavano sulla piazza.
Papà si lamentava, immancabilmente, del fatto che gli mettessero la panna in fondo al bicchiere di vetro. Era convinto che lo facessero per fregarlo, per risparmiare il cioccolato!………
…..Il mio compagno di classe abitava vicino a me, perciò ci scambiavamo le visite quasi quotidianamente. Un bel giorno ch'ero andato per studiare da lui lo trovai che stava facendo il bagno nella vasca. Con naturalezza m'invitò a fargli compagnia. Ero imbarazzato. A casa mia vigeva un certo codice puritano per cui io non avevo mai visto i miei fratelli nudi. A dire il vero, non avevo mai visto nessuno nudo, fino a quel momento. Forse proprio per questo l'immagine del sommozzatore mi aveva colpito così tanto.
Feci resistenza perché mi sembrava una cosa sconveniente. Era strano, anzi, che la madre ci si mettesse di mezzo invitandomi anche lei a far compagnia al figlio, appoggiando una sedia accanto alla vasca.
Entrai, allora, nella sala da bagno, dove Pippetto (chiamiamolo così) stava già a mollo in un po' d'acqua calda. Aveva ancora le mutande, e anche questo mi sembrò strano. Noi facevamo il bagno nudi, anche se in perfetta solitudine, a casa nostra. Mica stavamo al mare!
Pippetto mi invitò a sedermi sulla sedia, accanto a lui. Giocherellava con il pisellino e ridacchiava. Ad un certo punto si sfilò le mutande. Che strano, potevo vedere chiaramente che, tutt'attorno "lì", era pieno di peletti neri. Gli dissi che io non li avevo. Lui continuava a ridacchiare e m'invitò a togliermi i pantaloni per fargli vedere s'era vero. Non mi andava mica tanto. Quella, per me, era una situazione nuova e imbarazzante. Non mi ero mai spogliato davanti a nessuno, se non ai medici e alle infermiere, ed anche con loro era quasi un dramma, ogni volta.
Pippetto insisteva, era più grande di me (ed a quell'età, due o tre mesi sono tantissimi), e poi gli volevo bene, così obbedii e mi sfilai i pantaloni, poi le mutande. Lui continuava a ridere, a spruzzarmi addosso l'acqua della vasca, quindi m'invitò ad avvicinarmi di più per poter vedere meglio il pisellino mio ch'era infinitamente più piccolo del suo. A dire il vero, il suo era diventato più grande solo da qualche minuto. Oddio, che stava succedendo? Il pisellino gli stava diventando un pisellone ed io ero terrorizzato. Non capivo perché lui continuasse a ridere mentre quella cosa gli si gonfiava tra le mani, come se fosse un ascesso che stesse andando in infezione.
Non avevo mai visto una cosa del genere. Nessuno me l'aveva detto che poteva accadere qualcosa di simile. Pippetto m'invitò a non preoccuparmi, non c'era niente di strano, era tutto normale. "Ma come", mi chiese, "non te le fai le pippe?"
Le pippe? E che erano? Certo, sentivo i compagni di scuola che dicevano sempre: "mi sono fatto una pippa", "Marchesini m'ha fatto una bella pippa, ieri mattina"; e avevo letto, nel bagno, che "una pippa di notte, risparmi le mignotte", oppure, "Attenzione, dopo la terza sgrullata è da considerarsi pippa!", "Chiappini della 5° C ha fatto le pippe a tutta la classe"... ma ce n'erano tante di cose che ancora non capivo bene, che non m'ero preoccupato d'informarmi meglio…..
….Alla fine di via Mantegazza, in basso, abitava un prete che incontravo, quasi ogni pomeriggio, alla fermata del 28 per andare al Virgilio. Facevo ancora le medie ed il 28 era ancora tram e non bus come diverrà in seguito. Il prete mi lanciava spesso un'occhiata distratta, senza dire nulla. Un giorno, si fece coraggio, si avvicinò e cominciò a parlare delle solite banalità. Aveva un forte accento del Nord-Est. Io, avevo già cominciato a non avere più tanta simpatia per i preti e tendevo a non dargli troppo spago. Ma ero ancora un ragazzetto beneducato e cercavo di essere gentile. La conversazione era a tutto tondo, si parlava un po' di tutto, di politica, dei giovani, dei preti e ovviamente, di religione.
Mi aveva ripetutamente invitato a casa sua, ma non c'ero mai andato perché non mi s'era presentato il motivo. Quando cominciai ad approfondire il discorso religioso, alla ricerca di una risposta qualificata ai miei primi dubbi, alle mie domande, lo andai a trovare.
Ricordo bene la scena. La perpetua stava preparando qualcosa in cucina. Lui mi fece accomodare nel suo studio molto ridondante, dov'era già seduto dietro la scrivania, con la poltrona per gli ospiti (dove m'ero accomodato io) che sembrava una pianta carnivora, di quelle dove, non appena la mosca ci si posa, zàcchete!, rimane intrappolata e non può più uscirne.
Ad un certo momento ci trovammo a parlare dell'anima. Io feci un gesto d'incredulità a quello che lui andava raccontando. Il prete si fermò. Mi guardò fisso negli occhi. La voce gli diventò indagatrice: "Tu non credi nell'anima!"
Ripetei il gesto di poc'anzi, accompagnandolo da uno sguardo perso verso l'alto che, nelle mie intenzioni, indicava profondo scetticismo.
"Tu non credi nell'anima!", insistette. "Ma se io te la mostrassi, allora ci crederesti!". La sua non era una domanda, ma un'affermazione imperativa.
"'Bé, certo, se la vedessi... Ma non credo che sia possibile... Ho dei dubbi, al riguardo", mi difesi.
Il prete era lanciato: "Se io te la facessi vedere... Se io te la mostrassi qui, ora. Ebbene, ci crederesti nella sua esistenza?"
"Se potessi vederla", convenni, "comincerei ad avere dei dubbi sui miei dubbi".
"Se io, ora, te la tirassi fuori qui, te la mettessi sul tavolo...", il tono della voce stava aumentando. Se ne accorse pure lui perché si alzò ed andò a chiudere la porta. "Se io, ora, poiché tu lo vuoi, te la rendessi visibile, te la facessi vedere, te la facessi toccare... Tu mi crederesti?"
"Va bene, padre", mi arresi, "me la faccia vedere".
"Se ti permettessi di vederlo...", improvvisamente l'anima era diventata maschile, "...se ti concedessi di toccarlo, tu capiresti che c'è, che esiste! Ti metteresti in ginocchio, allora, perché finalmente l'avresti visto..."
Quel salto qualitativo mi preoccupava. Cominciavo a crescere, e non ero più tanto ingenuo come prima. Il prete era diventato rosso come un radicchio di Treviso (da dove, forse, veniva), era visibilmente emozionato (fors'era anche eccitato, ma ancora non capivo la differenza), e sembrava sul punto di esplodere.
"Va bene, padre", cercai di concludere, "mi fido di lei e le credo sulla parola."
"No!", quasi urlò, "tu sei scettico e devi vedere, per essere convinto. E come San Tommaso, io ti ci farò mettere la mano sopra, dimodoché non avrai più dubbi..."
"Mi fido, padre. E la ringrazio della pazienza ma, ora, devo proprio scappare."
"Un attimo! Basta un attimo. Anche solo per vederlo..."
"No, padre. L'attimo è già trascorso ed io devo andare. Sarà per un'altra volta". Così dicendo, quasi con un balzo avevo raggiunto la porta e l'avevo aperta. Almeno, che la perpetua ci sentisse parlare mi dava un po' di sicurezza. Uscii salutando e, appena fuori la porta, feci gli scongiuri in direzione dell'appartamento, come se stessi spruzzando acqua benedetta su quel luogo perduto. Un gesto che, nel mio codice, voleva e vuol dire: "Qui, mai più! Manco morto!"
Lo rividi, il prete, ma grazie al cielo non mi salutò più e, quando c'incontravamo, guardava ostensibilmente da un'altra parte…..
…..Sempre con la Turacciolo, una domenica pomeriggio eravamo andati al Quarticciolo, in una discoteca proprio vicina al capolinea del "14", l'unico tram che congiungesse il quartiere al resto del mondo. Franco indossava una delle sue giacche militari alla Beatles e, con i capelli lunghi e radi, il suo modo di comportarsi e gli sguardi che lanciava di qua e di là, c'aveva messo poco ad attirare l'attenzione dentro la sala.
I giovani ballavano con le loro ragazze, ma guardavano verso di noi. Non ci toglievano più gli occhi di dosso. Si davano occhiate d'intesa, si scambiavano battute e, infine, si decisero a venire al nostro tavolo. Senza nessuna formalità.
"Ciao", fece uno che sembrava il padrone delle ferriere, "io sono il Gatto".
"Piacere, Franco", rispose la Turacciolo, facendo un mezzo inchino anche s'era seduta.
"Piacere, Massimo", fec'io, cercando di mantenere l'intera situazione in una dimensione "virile".
"Piacere... Che sete cantanti?", chiese un altro.
"Beh, si", rispose la Turacciolo cantilenando, forse per entrare nel personaggio.
"E se vede, co' quei vestiti uno solo ch'er cantante po' fa'."
I ragazzi sembravano divertiti. La Turacciolo aveva il grande potere di non spaventarli, di farli sentire a loro agio, di lasciarli dominare la situazione.
"Che volemo fa?", chiese ad un certo punto il Gatto.
"Non lo so", risposi io, "che vogliamo fare?"
"Volemo annà sui montarozzi?"
"Eh, si, andiamo sui montarozzi". La Turacciolo aveva capito che la situazione stava procedendo per il meglio.
"Che so', 'sti montarozzi?", chiesi, diffidente.
"E' 'na collinetta tutta piena de bozzi, propria qua de dietro. Lì 'n ce va' nisuno. Ce potemo sta' 'n pace, pe' 'n po'".
Andammo su questi montarozzi io, la Turacciolo... ed una trentina di ragazzi usciti tutti insieme dalla discoteca. Ma da dove erano sbucati? Noi, all'interno, avevano parlato con tre o quattro di loro. Gli altri si erano accodati come se fosse la cosa più naturale del mondo.
Sul montarozzo, il Gatto non perse tempo in chiacchiere. Dopo aver raccontato ch'era un ladro di professione ("faccio lo scavarco da li tetti, e sarto da 'na terazza all'artra, come li gatti. Pe' questo me chiamano er Gatto"), chiese chi di noi due voleva andare con lui a "fa' robba".
La Turacciolo alzò subito la mano. Molti altri fra i ragazzi protestarono che volevano "fare" anche loro ma il Gatto, che evidentemente era un capo, li zittì subito e, democraticamente offrì, ammiccando: "Chiunque vo' fa' robba, po' venì co' noi. Tanto a Franco nu je dispiace mica, Vero, Fra'?"
A Franco tutt'altro che dispiaceva, una situazione del genere. A me, mi preoccupava. Così, una ventina di giovani li seguirono mentre s'infrattavano in mezzo ai cespugli e cominciava ad esser buio.
Una decina rimasero con me. "E tu", chiese uno, "tu non fai niente? Che nun te piace piallo in culo?"
"A me piace un ragazzo alla volta", risposi, "non venti tutti insieme".
"'Mbeh, va dentro 'n cespuglio e noi venimo una a 'a vorta".
"No, non è questo. Voglio dire che mi piace stare solo con un ragazzo per un mese, due mesi, magari un anno, finché dura. E quando sto con lui, non vado con nessun altro".
"Allora è come Pierino er fornaio", fece uno.
"No, nun è come Pierino. Questo è frocio. Pierino nun è frocio!", sentenziò un altro. Incuriosito, chiesi:
"Chi è sto' Pierino?"
"Pierino è er fornaio de qui sotto. Ogni tanto lui sta co' quarcuno de noi. Pe 'na settimana, du' settimane. Er pischello de turno va, er pomeriggio quanno ch'er negozio è chiuso ma lui sta dentro a fa' er pane pe la sera, je bussa a la seranda. Pierino apre, er pischello entra e lui je fa' 'n bocchino o se lo fa' mette 'n culo..."
"Ah, è il frocio del quartiere, sto' Pierino", commentai, ma la risposta del ragazzo fu deliziosa, nella sua estrema semplicità: "No, nun è frocio. Lui lo fa perché je piace!"
Intanto, la Turacciolo stava tornando, sola. Un saluto ai ragazzi che m'avevano fatto compagnia, soprattutto ad un Mizio particolarmente insistente e ad un Massimino dolcissimo, e via, in direzione del "14", mentre cominciava a calare la sera.
"Ma che c'hai fatto, con tutti quei ragazzi?". Ero curioso.
"'Mbeh, ho fatto l'aeroplano..."
"L'aeroplano? E che altro è, l'aeroplano?"
"Ma come, non lo sai? Quando hai troppi ragazzi che non sai come accontentare, e magari rischiano di diventare pericolosi se non sburano, allora fai l'aeroplano. Ti metti alla pecorina e ne prendi uno in culo, uno in bocca e due in ognuna delle due mani, ai lati", e così dicendo esemplificava il tutto con una sacra rappresentazione che non lasciava adito a dubbi rispetto al fatto che una cosa del genere fosse possibile.
Il "14" era ancora fermo al capolinea, e noi due stavamo parlando sulla piattaforma posteriore, quando dal buio uscì fuori Mizio. "Dai, scendi giù!", mi fece. La Turacciolo agitò la mano come per dire: "Hai fatto una conquista. E che conquista!". Ma io ero, al solito, imbarazzato. "E' tardi. Devo tornare a casa".
"Ma che casa. Dai, scendi giù che ci divertiamo!"
"Non posso. Non ho più i soldi per il biglietto". Non era vero, ovviamente, ma era una buona scusa per farlo desistere. Una buona scusa che, comunque, non funzionò.
"Te lo ripago io, il biglietto; ma adesso dai, vieni giù che andiamo in un altro posto".
Che dovevo fare? Chiesi consiglio alla Turacciolo che, ovviamente, mi rispose: "Nì, ma che scherzi? Ogni cacciata è persa. Perciò datte da fa' e vatte a fa' sta' scopata co' sto maschio che te desidera manco fossi Sophia Loren!"
Scesi dal tram proprio mentre stava per partire. Mizio mi portò in un prato lì vicino e mi trattò molto meglio di Sophia Loren.……
La prima associazione gay della storia... di M. Consoli
24 giugno 2002
In occasione del Gay Pride del 2002 dedico ai miei fratelli e sorelle GLBT di tutte le denominazioni, razze, religioni e convinzioni politiche il
seguente documento che ho tradotto in occasione della presentazione avvenuta
presso il circolo "Mario Mieli" di "Spada Furente", il libro edito da Fabio
Croce, lo scorso 16 marzo, e pubblicato su "OMPO" N. 232 luglio 2002
anno 28mo.
Mi piacerebbe sapere che ne pensate di quest'uomo che io considero
straordinario e che ha fatto così tanto per tutti noi in un'epoca in cui
nessun altro, al di fuori di lui, pensava di "uscire fuori".
E ricordatevi del tradizionale appuntamento all'Aquila, per il prossimo 28
agosto.
Auguri di BUON PRIDE!
( Massimo Consoli )
REGOLE PER UNA UNIONE DEGLI URNINGHI
I suoi primi cinque saggi sull'ENIGMA DELL'AMORE URANIANO [ 1. Vindex. Studi Socio-Giuridici sull'Amore Sessuale tra Uomini (1864). 2. Inclusa. Studi
Antropologici sull'Amore Sessuale tra Uomini (1864). 3. Vindicta. Lotta per
la Libertà dalla Persecuzione (1865). 4. Formatrix. Studi Antropologici
sull'Amore Uranico (1865). 5. Ara Spei. Studi Morali, Filosofici e Sociali
sull'Amore Uranico (1865) ] permisero a Karl Heinrich Ulrichs di entrare in
contatto con numerosi altri Urninghi, visto che in molti gli scrissero per
ringraziarlo di quanto andava facendo per loro, per raccontare le proprie
esperienze e per dare suggerimenti e consigli.
Una conseguenza importante fu che il suo pensiero fu sempre in continua
evoluzione, non fossilizzandosi mai su idee precostituite e intoccabili,
cosicche' anche la sua stima sulla percentuale di Urninghi rispetto al resto
della popolazione, subi' un lento, ma costante, aumento, man mano che lui
stesso si rendeva conto di quanto estesa fosse la loro presenza in tutti gli
strati della societa'.
Un altro risultato fu l'idea che ebbe di organizzarli in una associazione
che ne difendesse gli interessi e ne promuovesse l'evoluzione culturale e
sociale ed il benessere individuale.
Cosi', con la sua consueta energia, si mise a delineare le prime "Regole per
una Unione degli Urninghi" che, forse, e' esistita solo sulla carta e non ha
mai avuto un reale sviluppo organizzativo, tant'e' che non ne parla mai in
nessuno dei suoi scritti.
Resta il fatto, comunque, che questo sia il primo tentativo mai realizzato
di una iniziativa del genere, e noi siamo fortunati abbastanza di poterne
essere a conoscenza attraverso l'unica copia esistente, un manoscritto
inviato a Karl Maria Kertbeny, ed oggi conservato tra le carte della
Biblioteca Nazionale Ungherese.
Vi proponiamo questo documento programmatico riprendendolo dal libro di
Hubert Kennedy, "The Life and Works of Karl Heinrich Ulrichs, Pioneer of the
Modern Gay Movement", Alyson Publications, Boston, 1988, pagg. 87/89.
1) (L'Unione degli Urninghi) si compone dei Soci e di un Consiglio
Esecutivo.
2) I suoi scopi sono:
a. far uscire gli Urninghi dal loro precedente isolamento e unirli in
una massa compatta e tenuta insieme dalla solidarieta'.
b. sostenere i diritti umani degli Urninghi in contrapposizione alla
pubblica opinione e alle istituzioni statali, cioe' rivendicarne
l'uguaglianza con i Dioninghi di fronte alla legge ed alla societa' umana in
generale.
c. fondare una letteratura Uraniana.
d. promuovere la pubblicazione di scritti Uraniani a spese dell'Unione.
e. lavorare per gli interessi degli Urninghi sulla stampa quotidiana.
f. assistere i singoli Urninghi, che soffrono in conseguenza della loro
natura Uraniana, in ogni situazione di bisogno e di pericolo e, quando e'
possibile, aiutarli anche a trovare adeguati mezzi di sostentamento.
3) Ogni singolo socio ha il dovere di contribuire a questi scopi secondo le
sue capacita'.
4) Ogni Urningo puo' diventare socio. Sono esclusi solo i caratteri
disonorevoli.
5) Chiunque aderisca all'Unione puo' chiedere che il suo nome e indirizzo
siano e rimangano noti solo al Consiglio Esecutivo, ed anche che siano
scritti solo in codice. Ogni membro del Consiglio Esecutivo e' impegnato sul
suo onore ad adempiere quanto sopra.
6) Ogni componente del Consiglio Esecutivo ha il potere di accettare soci
nell'Unione. Nel caso ci siano particolari ragioni, l'iscrizione puo' essere
concessa anche senza fornire nome e indirizzo al Consiglio Esecutivo. In
questo caso e' il Consiglio Esecutivo che decide se accettare o meno il
nuovo socio, il nome del quale, e la posizione, dovranno essere indicati in
qualche altro modo. Nello schedario dei soci tenuto dal Consiglio Esecutivo
gli verra' attribuito un nominativo fittizio.
7) Il numero e la selezione del Consiglio Esecutivo sono decisi dal
Consiglio stesso. Almeno meta' tra di loro devono fornire il proprio
nominativo e indirizzo ai soci dell'Unione. I rimanenti possono operare
sotto pseudonimo, attraverso la mediazione e la garanzia di uno che abbia
fornito le proprie generalita'. In questo caso i loro nominativi e posizioni
devono essere comunque forniti in qualche altro modo al Consiglio Esecutivo
ed ai membri dell'Unione.
8) Ogni socio paga una iscrizione annuale al Consiglio Esecutivo per un
importo volontario, ma comunque di almeno un tallero.
9) L'intero Consiglio Esecutivo decide sulle spese da affrontare e ne e'
responsabile di fronte ai soci dell'unione.
10) Il Consiglio Esecutivo e l'Unione dei Soci devono tenersi
vicendevolmente informati su ogni novita' importante.
11) Ogni socio deve ricevere tutti gli scritti pubblicati, ed a spese
dell'Unione (paragrafo 2,d).
12) Il Consiglio Esecutivo organizza congressi periodici dei propri membri
che, secondo il suo giudizio, possono essere incontri plenari o riservati ai
delegati.
13) Il Consiglio Esecutivo cerchera' di produrre pubblicazioni periodiche
per raggiungere gli scopi dell'Unione, e in quantita' adatta.
14) Cerchera' anche di introdurre un segno segreto di riconoscimento tra
Urninghi.
15) I desiderata e le proposte dei soci dell'Unione devono essere presi in
considerazione dal Consiglio Esecutivo ovunque si dimostrino realistici.
Scritto nel settembre del 1865
Numa Numantius
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Kark Heinrich Ulrichs
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Omosessualità e Vampirismo
Dracula e Manor
(pubblicato su "Guidemagazine" - Luglio 2002)
Oltre ad essere il "nonno" del movimento gay contemporaneo, ed un grande
latinista e combattente politico e poeta in proprio e tante altre cose
ancora, Karl Heinrich Ulrichs era anche scrittore di racconti.
Nel 1885, già in Italia da 5 anni, pubblicò una prima antologia di sue
brevi Matrosengeschichten (Storie di Marinai), sinteticamente commentate da
Hubert Kennedy su Ulrichs: the Life and Works of Karl Heinrich Ulrichs,
Pioneer of the Modern Gay Movement, Alyson Books, Boston, 1988). Quello che
vi riproponiamo qui è il secondo racconto, Manor, una vicenda curiosa nella
quale omosessualità e vampirismo s¹intrecciano in maniera inestricabile.
E fin qui non c'è niente di particolarmente degno di nota, fin quando, in
realtà, non veniamo a sapere che Manor è stato scritto all'Aquila tra il 22
ed il 30 luglio del 1884, tredici anni prima che un'altra storia nella quale
omosessualità e vampirismo si aggrovigliano in maniera altrettanto
inestricabile, anche se più subdola, venisse pubblicata in un altro paese,
in Inghilterra: Dracula.
Bram Stoker cominciò a raccogliere materiali per il suo libro nel 1890. Ce
ne vollero sette per vederlo stampato da Constable, con la sua copertina
gialla che andava tanto di moda all'epoca (ricordate lo Yellow Book di Oscar
Wilde?), in tremila copie ed al prezzo di sei scellini.
Ulrichs era stato un combattente per la libertà degli Urninghi. Per buona
parte della sua vita fu il primo militante gay della storia e l'unico a
identificarsi pubblicamente come tale. Tutta la sua avventura umana,
insomma, fu l'apologia del "coming out".
La vita di Stoker, invece, fu all'insegna della repressione più totale. Bram
era segretamente innamorato di Henry Irving, il più grande attore teatrale
dell'Inghilterra Vittoriana, per il quale lavorò anche come manager, ma non
riuscì mai ad ammetterlo.
All'età di 31 anni pensò giunto il momento di sposarsi e lo fece con la
19enne Florence Balcombe, precedentemente già impegnata con Oscar Wilde.
Stoker era stato talmente influenzato dal suo connazionale irlandese che,
per un certo periodo, pensò di introdurre tra i personaggi di una certa
importanza del suo "Dracula" anche un pittore che cercava di fare il
ritratto al Conte, ma inutilmente: l'immagine non poteva essere imprigionata
sulla tela. Chiaro riferimento al Dorian Gray di Oscar, il cui substrato
omosessuale non è più un mistero per nessuno, ormai.
Per capire quanti problemi di accettazione avesse Stoker basti pensare che,
il 18 febbraio 1872 si decise, infine, a scrivere una lettera al poeta
americano Walt Whitman, le cui poesie sul cameratismo tra maschi lo avevano
profondamente colpito. Eppure, avrà il coraggio di spedirgliela solo quattro
anni più tardi!
E non possiamo dimenticare che uno dei suoi ultimi libri, Famous Imposters
(1910), è tutto un susseguirsi di uomini che si travestono da donne e donne
che si travestono da uomini, fino ad arrivare alla "rivelazione" che perfino
la regina Elisabetta I, in realtà, era di sesso maschile!
Questa sua insicurezza sulla propria affettività, Bram la trasferì
ampiamente nel romanzo. Dapprima la "pruderie" vittoriana e più tardi la
permalosità hollywoodiana, tutto ha congiurato per cancellare ogni velato
indizio di omosessualità, ma i riferimenti sono ancora là, nel testo
originale, come ha cercato di dimostrare con molta convinzione anche
Christopher Craft (Another Kind of Love: Male Homosexual Desire in English
Discourse, Berkeley, University of California Press, 1994).
Un brano del Dracula aiuterà a capire meglio quanto sto dicendo.
Ad un certo punto tre donne lascive tentano di circuire Jonathan Harker, il
personaggio principale del racconto, quando, infuriato, il Conte fa il suo
ingresso protestando: "Come osate toccarlo, voialtre?.. Vi avverto!
Quest'uomo mi appartiene!"
E quando le tre mogli rispondono con un tono di rimprovero e quasi a voler
difendere la loro preda: "Tu non hai mai amato. Tu non ami mai!", Dracula si
volta verso Jonathan, guardandolo fisso negli occhi e dice: "Sì, anch'io
sono capace di amore... Ebbene, vi prometto che quando avrò finito con lui,
potrete baciarlo come meglio vi parrà".
E come sottolinea Leonard Wolf, "quando avrò finito con lui" è "un
riferimento molto blando alle delizie omoerotiche che Dracula ha riservato a
se stesso ed a Jonathan Harker" (Dracula. The Connoisseur's Guide, Broadway
Books, New York, 1997, pag. 157).
I rapporti tra omosessualità e vampirismo, del resto, non sono una novità.
Già nel 1993 ho cercato di dimostrare come il vero modello ispirativo del
Dracula di Bram Stoker sia stato più l'ungherese Erzsébet Bàthory che Vlad
Tepes (I Mostri Sono Tra Noi - La Contessa Sanguinaria - Il Macellaio di
Hannover, Ompo N. 65 supplemento, Ottobre 1993).
Ma prima di me lo avevano sostenuto Raymond McNally (Dracula Was a Woman. In
Search of the Blood Countess of Transylvania, 1983).
Le prove?
Il Dracula del romanzo era uno székely della Transilvania, popolazione
magiara, cioè ungherese, e non valacca, cioè rumena, com'era il caso di
Vlad.
Era un conte, come la contessa Bàthory, appunto, mentre Vlad Tepes era un
principe.
Bàthory beveva il sangue delle sue 610 vittime, come farà Dracula, mentre
Tepes era soprannominato "l'Impalatore" perché questa era la sua favorita
forma di condanna a morte.
E la storia della Bàthory, sia detto per inciso, è un'altra storia di
omosessualità vissuta un po', come dire, malino. Certo, ci fosse stato il
"gruppo accoglienza del circolo Mario Mieli", all'epoca, la contessa non
sarebbe stata "convinta che il sangue delle fanciulle avesse un potere
cosmetico sulla sua pelle un tempo famosa per tutta l'Ungheria. Così, le
ragazze venivano incatenate nei labirinti del castello e ingozzate di cibo
perché più grasse erano, più sangue avrebbero avuto a disposizione per gli
usi della nobildonna quando fosse venuto il loro momento di essere munte"!
La contessa teneva tanto alla sua pelle che, dopo essersi immersa nella
vasca colma del sangue fresco di queste disgraziate, non si sognava affatto
di asciugarsi con un ruvido accappatoio. C'erano, infatti, altre ragazze
(quelle ancora all'ingrasso!) che avevano la precisa funzione di leccarla
tutta, da capo a piedi. Chi si rifiutava, o dimostrava di provare un
(comprensibile) disgusto, veniva torturata a lungo ed infine sgozzata: il
suo sangue serviva per altre abluzioni.
Vlad Tepes, soprannominato "Dracul" (e quanto segue lo aggiungo per il
piacere della completezza storica), si trovò più volte a combattere contro
il fratello Radu, detto "il Bello", che era stato a lungo l'amante di
Maometto, figlio del sultano Murad e poi suo successore sul trono ottomano.
Ma torniamo ad Ulrichs che già nel 1869, scrivendo il suo ottavo saggio
intitolato Incubus: Amore Uraniano e Sete di Sangue (Incubus: Urningsliebe
und Blutgier) aveva affrontato un argomento simile.
C'era stato un uomo, il tenente von Zastrow, di Berlino, che aveva aggredito
due bambini.
In particolare, era accusato di aver violentato il giovane Emil Hanke, di
sei anni, di averlo morso sulla faccia, di avergli tagliato i testicoli, di
aver tentato di strangolarlo, di avergli attaccato la testa ad un tubo di
termosifone e di averlo lasciato gravemente ferito, ma ancora vivo.
Poi, era accusato di aver violentato il 15enne Corny, di averne mutilato il
corpo tagliandogli i genitali ed altre parti, di avergli inserito un bastone
dentro il retto e di averglielo spinto fino ai polmoni, e poi di averlo
ucciso. Il paletto che gli attraversava il corpo, in particolare, aveva
acceso la fantasia popolare, che vi aveva visto una sorta di rito satanico
o, meglio ancora, di attività vampiresca.
Secondo Ulrichs, questo non poteva essere considerato un caso di
omosessualità, ma di pazzia. Secondo lui era giusto l'intervento della legge
nelle cose sessuali quando c'era la minaccia di usare la forza, l'uso della
forza stessa o il coinvolgimento di bambini, ma nel caso di vera e propria
insanità mentale erano i medici a dover intervenire, e non i giudici.
All'epoca, i riferimenti al vampirismo furono insistenti e forse fu proprio
questo fatto che, più tardi, lo spinse ad intervenire ancora una volta
sull'argomento, ma in maniera romanzata, romantica e, in ogni caso, con
molti distinguo.
Manor, in effetti, rispetta molti dei luoghi comuni sul vampirismo, ma, come
ha fatto notare Michael Lombardi nel commento alla sua traduzione, ad un
certo punto se ne distacca.
Infatti, ... Manor è un cadavere che si rianima ed abbandona la sua tomba di
notte per succhiare il sangue ad una persona addormentata. Il suo aspetto è
cadaverico: pallido come la morte e gelido al tocco. Appare ben nutrito ed è
eccezionalmente forte. Agisce solo al calar delle tenebre mentre di giorno
riposa nel suo sepolcro. La comunità pratica il tradizionale atto di
conficcargli un paletto attraverso il cuore non appena si accorge del
pericolo, e gli abitanti si recano al cimitero per controllare le tombe alla
ricerca di un cadavere che non si sia ancora decomposto già sapendo,
comunque, dove cercare...
Questi sono i punti in comune con la tradizione dei morti viventi, ma poi la
storia prende un altro verso ed assume un carattere originale, affrontando
l'amore di due ragazzi, due maschi, che nell'Inghilterra vittoriana sarebbe
stato impossibile anche solo da pensare. Inoltre, come continua a
sottolineare Lombardi, Manor è rianimato da Urda, che per i popoli del Nord
era la concettualizzazione del fato, idea del tutto estranea alla tradizione
balcanica. Ancora, il primo tentativo di uccidere definitivamente il morto
vivente fallisce e Manor riesce a liberarsi piuttosto facilmente del paletto
con il quale lo hanno inchiodato nella tomba. Infine, originale è il modo in
cui il vampiro succhia il sangue di Har, non mordendolo sul collo, ma
ciucciandogli il capezzolo.
Con questa narrazione, Ulrichs si conferma anche come scrittore di fiction.
La sua storia, come sottolinea Paul Nash commentando la traduzione di
Lombardi, rientra a pieno titolo nelle regole del racconto breve così come
sono state formulate proprio nel 19° secolo: ha una solida impalcatura,
unità di trama, carattere, tono, umore e stile, con un inizio, uno
svolgimento, una fine. Anche lo sfondo in cui si svolge la storia viene
usato con sapienza da Ulrichs: la terra è "nuda", "rocciosa", "melanconica", il mare è "selvaggio", "sballottato in vortici e rapide", "una marea di onde", ed è calmo solo quando i due giovani sono insieme a nuotare.
Insomma, un racconto da non perdere, dopo che per così tanto tempo è stato
quasi sconosciuto.
Massimo Consoli
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UNIONI DI FATTO : UNA REALTA' INDIPENDENTE DALLO STATO
Quando lo Stato è in ritardo rispetto alla società civile, quando
frange estremistiche ed intolleranti cercano di imporre la loro visione del
mondo al resto della collettività, quando i diritti fondamentali
dell'individuo diventano un optional condizionato dall'interesse politico, le
comunità più discriminate rivendicano la loro autonomia e vanno avanti per la
loro strada indipendentemente dal potere centrale.
L'indifferenza e l'ostilità dello Stato italiano nei confronti della
sua comunità più numerosa e qualificante, con una tradizione storica di
grande spessore culturale e umano, è ormai giunta al suo punto di rottura.
Visto inutile ogni sforzo di poter esprimere la propria identità
sociale, sessuale, culturale in maniera pacifica ed all'interno di questa
società, la comunità GLBT procede ormai per conto suo.
E' dal 1976 che celebro unioni tra persone che si amano,
indipendentemente da vincoli legali o da costrizioni giuridiche.
Oggi è stato deciso un passo ulteriore: la costituzione di un "Libro
delle Unioni di Fatto" che, quando lo Stato si risolverà a legiferare in
maniera costruttiva sull'argomento, potrà anche essergli messo a
disposizione per dimostrare la serietà delle nostre intenzioni attraverso l'esistenza
di un precedente inconfutabile e la nostra decisione di andare fino in
fondo nella rivendicazione dei nostri diritti naturali inalienabili.
La prima mossa in questa direzione verrà compiuta sabato prossimo, 27
luglio, alle ore 19.00 quando, presso il "Settimo Cielo" di
Ostia-Torvajanica, vicino Roma (al km. 8,700 della via Litoranea),
sarà celebrata l'unione tra Maya e Barbara, alla presenza di un centinaio
di invitati.
Chi vorrà partecipare è pregato di accreditarsi con un certo
anticipo, scrivendo all'indirizzo maya@cybercore.com , oppure telefonando ai numeri 06-6621217, 348-9999641.
Massimo Consoli
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11 settembre dalla parte dei gay
Mi comunicano dagli Stati Uniti che la mia poesia,
"11 Settembre", ha superato i 1.000 visitatori.
Nel frattempo é stato messo in rete anche il mio articolo sulle
vittime gay di quel giorno, intitolato "Un
Anno Fa" (Guidemagazine, ottobre 2002)
12 ottobre
Ho tradotto un articolo di due autori tedeschi su di un cugino gay
di Ulrichs, Johann
Diederich Sarnigahusen, che riparò in America perché
coinvolto anche lui in qualche scandalo "uranista"...
di Massimo Consoli "larivistina" pubblicò :
"Harry Hay è morto"
"Harry Hay ha 90 anni!"
"Guida
al Cimitero acattolico del Testaccio-Roma"
"Scompare Sylvia Rivera, un pezzo della nostra storia"
Leggi anche :
Intervista a Consoli
Andata e Ritorno
"H.
Hoessli - Il primo Eroe"
"Sarnighausen e Ulrichs" "11
Settembre"
"Un anno fa"
"Intervista a Massimo Consoli" di R. Calafiore (da "nonsoloparole")
"Fratelli
Illustri" di D.Scalise (da "Gaywatch")
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