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Il maschile è di Izzo e Bandinelli

IL MASCHILE E'!

di Mirella Izzo


Tempo fa un mio conoscente mi raccontò un suo ricordo di liceo.... Si parla quindi di un episodio risalente ad una cinquantina di anni fa.
Un austero professore d'Italiano stava spiegando come si forma il "femminile" nella nostra lingua, quando fu interrotto da un improvvido studente che gli chiese: "Scusi Professore, ci ha spiegato come si forma il femminile... Ci spiega ora come si forma il maschile? "Il maschile non si forma, il maschile è!" fu la risposta lapidaria del professore.
Questo apparentemente insignificante racconto di vita mi è rimasto impresso nella memoria per tutti questi anni....
Il linguaggio non è un qualcosa di accademico.. risponde ed interagisce con il tipo di cultura che l'ha creato. Non solo... una volta formato, il linguaggio, in modo quasi subliminale imprime il suo standard culturale, facendolo passare come un'ovvietà.

Come è possibile NON vedere quante e quali ricadute culturali e sociali può avere quella risposta dell'esimio professore? Una risposta peraltro più che corretta dal punto di vista linguistico. Perché è proprio così nella lingua italiana. Il maschile è, il femminile si forma.

Nella lingua? Solo nella lingua???

Di certo no... almeno un paio di letture possono essere fatte sulle conseguenze di questo assioma grammaticale:
la prima e più evidente è il messaggio di ovvietà della superiorità del maschile sul femminile, della concezione dell'uomo come "matrice" dell'essere umano e della donna come sua variante (quando sappiamo che invece lo stampo iniziale nel feto è per tutti femminile). Facile trovare collegamenti biblici ma proprio perché ovvii, non li trovo particolarmente interessanti e non è di mio interesse svilupparli in questa occasione.
L'altra lettura che si può dare è una delle conseguenza del citato"assioma". Se è vero che il maschile è, ed il femminile si forma, allora è altrettanto vero che, proprio per il suo "formarsi", il femminile è più fluido del maschile... ha più possibilità di espressione e di aperture. Ciò che invece non si forma, ma "è", necessità ovviamente di uno schema rigido e perfettamente codificato per essere riconosciuto come tale. Quindi "l'essere" si trasforma in una prigione, il "formarsi" in una libertà di varietà di espressioni interiori.
Non è casuale che, se da una parte l'uomo ha storicamente quasi sempre dominato la donna asserendo il suo essere come primario rispetto a quello dell'impuro femminino, dall'altra parte ha imposto a se stesso regole estremamente rigide perché questo privilegio fosse riconosciuto. Comportamenti devianti da questo schema hanno subito pesantissime repressioni da parte degli altri maschi, mentre le "inutili, secondarie" donne, proprio per la loro scarsa importanza sociale, hanno potuto - almeno in alcuni periodi storici - godere di maggiore libertà di essere. L'importante era che queste possibili variazioni di espressione non mettessero in discussione il dominio maschile. Altrimenti erano guai serissimi anche per le donne. Ecco allora l'uomo schernire la "mutevolezza" della donna, il suo esser "mobile" paragonato alla "meritoria "stabilità granitica" richiesta come condizione "sine qua non" ad un vero uomo.

Maschile, foto © Bittertaste2004Il dominatore del mondo prigioniero di se stesso. Questa mutevolezza - che è la più grande tra tutte le risorse del "femminile" - schernita dagli uomini pur di non vedere la propria incapacità di uscire da una identità sociale che letteralmente schiaccia la differenza individuale, intima e di sensibilità dell'uomo. L'uomo per cui parlar di intimità è stato fino a pochi anni fa, quasi motivo di vergogna o perlomeno di imbarazzo.
"Il maschile è", ed è -come tale- uguale alla roccia. "Il femminile si forma" ed è - come tale - uguale all'acqua.
E come l'acqua fluida e morbida deve necessariamente piegarsi ai percorsi imposti dalla dura roccia, anche la donna ha dovuto subire le imposizioni maschili.
E' però altrettanto noto che - nel tempo.... un tempo piuttosto lungo a dire il vero - è l'acqua che "vince" sulla roccia, scavandola, smussandola, facendo diventare le montagne colline e le colline pianure, annullando quell'elevarsi al cielo delle montagne che tanto assomiglia a quello di un pene in erezione.

Quanta analogia si può almeno iniziare ad intravedere tra il rapporto "roccia/acqua" e quello "uomo/donna"?

Non sta forse oggi l'acqua - almeno nel mondo occidentale - iniziando a piegare il dominio della roccia? Non stanno le donne oggi rappresentando la maggiore capacità di adattamento, di intuizione, di idealità, per una società altrimenti granitica e moribonda? Non sono forse le organizzazioni esclusivamente maschili l'esempio più estremo di anacronismo, di cecità di fronte alla mutevolezza della realtà del mondo e della natura umana? Le chiese cattolica, musulmana, ebraica, dove ancora è l'uomo l'incontrastato padrone, sono un esempio solare della monoliticità del maschile dominante. Del predominio della "regola" (umana e maschile o presunta divina e sempre maschile) sulla "natura", della condanna delle "diversità".... che vengono così chiamate perché risulta impossibile accettare che in realtà non esistono diversità ma solo differenze e che queste differenze riguardano tutti, senza esclusione alcuna.
Certo le fredde monolitiche taglienti rocce dominano ancora gran parte del pianeta e l'acqua ancora fatica a trovare la sua mutevole capacità di espressione. In almeno tre quarti del mondo l'uomo è ancora il padrone assoluto e la donna il "residuo" necessario alla soddisfazione sessuale ed alla continuazione del proprio "nome", del proprio sangue (come se il patrimonio genetico non fosse mischiato paritariamente nell'unione del maschio con la femmina...).

Ma la breccia è aperta... e l'acqua scioglierà prima o poi la roccia... e forse, rendendola morbido e nutriente fango, anche per l'uomo potrà esservi l'opportunità di liberarsi dalle proprie prigioni, dalla propria rigidità, dalla propria volontà di prevalere.
E' solo un auspicio oggi. Una speranza. Potremo dire che sarà diventata realtà quando anche nelle lingue del mondo non sarà più il maschile ad "essere" ed il femminile a "formarsi" ma quando entrambi i generi si formeranno o addirittura spariranno nell'identificazione del valore o disvalore di un essere umano.

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Ancora qualche considerazione sulla lingua italiana ed i suoi generi maschile e femminile.
Io sono nata maschio ed ho sempre vissuto senza preoccuparmi di coniugare le frasi. Il maschile, se c'ero io, andava sempre bene. Anche fossi stata l'unico maschio in mezzo ad un milione di donne. Perché la lingua italiana prevede che il femminile si usi solo quando ci si riferisce ad una singola o ad un gruppo di sole donne. Basta un solo uomo e.. zac... ci impone l'uso del maschile.

Abituata a questo fin dalla nascita ho trovato grosse difficoltà di linguaggio quando ho iniziato a vivere al femminile. L'abitudine di far prevalere il "mio" genere non mi ha abbandonata e....

Il 16 settembre 2004 al nostro dibattito su "trans/omofobia", alla Festa dell'Unità Nazionale di Genova, io presiedevo il dibattito ed il pubblico era composto da una trentina di donne e tre trans da donna a uomo... insomma un rapporto di dieci a uno tra le presenze femminili e quelle maschili. Avendo di fronte a me la "platea" di persone, ho avuto molti momenti (invisibili esteriormente) di "grippaggio" cerebrale, di cortocircuito tra la regola mentale e la percezione sensoriale. Spontaneamente mi sarebbe venuto naturale parlare al femminile, ma farlo avrebbe sicuramente offeso gli uomini presenti.... Me lo sento risuonare nelle orecchie un "ehi.. non siete tutte donne qui, ci siamo anche noi!"

La cosa che invece risulta per me ancor oggi di difficile comprensione è che nessuna donna (o quasi) si senta "non rappresentata" quando tra un pubblico eterogeneo, anche se prevalentemente femminile, si usa la coniugazione maschile. Nessuna donna si sognerebbe di dire: "ehi non siete tutti uomini qui!" dopo che un relatore avesse coniugato al maschile concetti universali validi per uomini e donne. Ed è per me ancora oggi un esercizio mentale e non un atto spontaneo, quando uso il "noi" - e questo "noi" è rappresentato da me ed un uomo - l'uso del genere maschile. E' innaturale dire anche un semplice: "io e Matteo siamo andati a prenderci un gelato" Perché io non "sono andato" ma "sono andata" e non capisco perché la presenza di un Matteo qualsiasi debba cancellare la mia identità femminile nell'espressione linguistica.
Femminile, AA.VVA parte le donne del movimento femminista e lesbico (ma solo parzialmente), in genere le donne nate donne danno per scontato l'annullamento del proprio genere nel parlare, in presenza di soggetti maschili. La peculiarità di noi transgender e transessuali da uomo a donna è proprio quella di rilevare quanto sottile sia il predominio linguistico maschile.. tanto sottile da non essere percepito dai più, uomini o donne che siano.

Questo condizionamento all'accettazione dell'uso del maschile in condizioni di promiscuità di genere io penso possa avere avuto il suo piccolo ma significativo peso nell'avvio della filosofia femminista/ separatista. Una posizione perdente anche (ma non solo) perché -proprio come nella lingua - il separatismo sembra voler dire che il femminile si può esprimere solo in assenza del maschile.
Una parte del movimento femminista ha già "imposto" alcune modificazioni linguistiche nelle parole. Se una volta esisteva solo "il presidente" - fosse anche una donna - oggi esiste "la presidente" o "la presidentessa", dove esisteva "il signor Ministro", oggi esiste - "la signora Ministra" e così via.

Trovare il femminile a parole che esistevano precedentemente solo al maschile non è impresa difficile. Lo scoglio che oggi appare ancora insuperabile è proprio la formazione dell'uso del genere nel linguaggio. Voglio dire.. sono passati cinquant'anni, ma ancora oggi "il maschile è, il femminile si forma". Almeno nella lingua che siamo costrette ad usare.


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