E' evidente che la tua assenza assume strane forme dentro di me:
aquiloni spazzati dal vento, mare di un inquieto grigio, volti che detestavi mi appaiono ora familiari, perfino confidenti di tuoi intimi segreti, altri volti giungono nel sonno oscurati da foulard di un tessuto pesante,
riesco ad intravedere solo gli occhi ma non ad intuirne il colore,
chissà, temo che siano del tuo colore.
Non sono mai riuscita a capire di quale riflesso si tingessero i tuoi occhi,
tanto cangianti apparivano con il riverbero della luce, o con le tracce ombrose del crepuscolo.
A volte, la luce intensa ne bruciava il colore, planandoli in un chiarore verde, verde acqua, come quello che regala alle lagune l'immagine evocativa del paradiso,
altre, l'oscurità o la luce artificiale morbida e avvolgente della lampade di casa tua quando studiavi formule per me magiche, ed io ti osservavo e vegliavo incantata, quasi a custodire la tua concentrazione, li spingeva verso un azzurro forte come il cielo d'estate, allagato dal sole.
Ora, l'incertezza circa il colore dei tuoi occhi, sfuma nell'incapacità, nel sogno, di scorgere il tuo volto e nel desiderio, la mattina successiva, di ricostruirlo dinnanzi ad una foto che ti ha rubata, mesi prima.
Sì, perché io, ti rubavo..
Ti rubavo nella certezza di preservarti, come se volessi arrestare il tempo, credendo invece di governarlo con l'attesa.
Non si aspetta chi non c'è.
Nella notte leggera di vuoto, arrivi di spalle,
cosicché non possa abbracciarti con il mio sguardo neppure richiamandoti
con ostinata voce d'amore,
neppure riversandoti addosso le folate di vento che agitano l'aria, auspicando che, almeno l'aria, scuotendoti, possa compiere il miracolo di ricongiungerti a me,
neppure levando alte le mie mani in una disperata richiesta d'aiuto,
come fossi una bimba dinnanzi al medico,
deboli le mani si dirigono verso il cielo con un movimento sempre più lento,
ma tu guardi altrove.
Non mi vedi.
Altre notti bianche di sogni, si colorano beffarde di voci che mi raccontano di te:
di te senza di me,
in un vortice di braccia, di occhi, di corpi, di forze che ti soddisfano senza chiedere.
Le voci non dicono che non ci sei più,
semmai sussurrano parole che accennano alla tua mancanza, alludono, scagliano al mio indirizzo frecce di scherno trattenuto come intento a non mostrare il dileggio, ma solo una sterile compassione.
Altre voci si accompagnano ai volti che ami e che amo anch'io, se è possibile adesso ancora di più.
Sono suoni cari e dolci, e mi parlano di te come se dovessi raggiungerci un attimo dopo, come se fossi solo trattenuta da altro ma intimamente protesa verso di noi.
"Torna, non ti preoccupare, non sappiamo dove sia andata, ma torna".
Aspetto.
Mi sveglio sudata, angosciata da brividi ripetuti, e dalla certezza che non sei accanto a me, né ora, né domani.
" Ci vedremo quando capita" - hai detto - prima di non vederci più.
L'amore, quasi mai è caso,
è volontà.
Disperata, vigile, lucida, volontà.
Te l' ho scritto.
Mi ha risposto il silenzio, inebriante di dolore.
Quel dolore muto, ricercatore di altro silenzio,
quel dolore che spazza le parole, relegandole a gesti senza alcuna direzione, a percorsi senza alcuna indicazione, esiliandole su isole senza vegetazione, sprofondandole in voragini interne ed infinite, cavità segrete.
E tu, nelle cavità segrete, ti acquatti, nelle acque torbide, laddove i corpi immersi, appaiono come tronchi abbandonati,
e lì che ci siamo incontrate e lasciate:
nelle cavità segrete.
Lì, le voci sono eco stanche, fili di fumo, cibo avariato.
Ci siamo sfamate d'aria stantìa, di acqua avvelenata,
e a poco, a poco, abbiamo perso fiato, forza.
Credevo di volare, e invece strisciavo, credevo di essere una creatura del cielo, ma tu mi strappavi le ali. Piano. A poco a poco.
E lì, che spero di perderti per sempre, nell'estrema cavità segreta, quella della notte.
Spero che sfumi tutto nel buio,
dapprima il tuo volto,
poi le voci che mi parlano di te senza di me.
Sfumare nel buio come una musica dolce nell'aria.
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