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rasstampa_VI RACCONTO LA STORIA DI SILVIA
MY NAME IS SILVIA
Vladimir Luxuria porta in scena la vita di Silvia Baraldini
di Saverio Aversa
Dall’incontro tra Vladimir Luxuria e Silvia Baraldini è nata un’amicizia e un
testo teatrale a quattro mani My name is Silvia che sarà in scena il 6 settembre
alla "Festa de’ l’Unità" di Modena. Ne parliamo con Vladimir Luxuria.
Come hai conosciuto Silvia?
E’ successo a casa sua, sono stato invitato a cena attraverso
comuni amici. Ammetto che avevo molta soggezione ma lei mi ha messo subito
a mio agio. Ho scoperto una persona molto semplice, informata sui movimenti.
E lei cosa sapeva di te?
Molte cose, sa dei miei impegni artistici e del mio attivismo
nella comunità glbt. Ha seguito i vari Pride italiani a partire da quello
strepitoso di Bari. Silvia avrebbe voluto esserci ma è agli arresti domiciliari.
Sta scontando una condanna a 43 anni, è stata venti anni in carcere, diciotto
dei quali negli Stati Uniti.
Era già negli Usa quando, nel 1969, vi fu la rivolta di Stonewall?
Si, Silvia abitava proprio al Greenwich Villane dove si
trova lo Stonewall Inn, il locale frequentato da travestiti e omosessuali
che spesso subivano le retate della polizia. Erano anni di grande fermento
con le lotte a favore dei cittadini neri, quelle del femminismo e quelle del
nascente movimento gay-lesbico-trans. Ci fu anche la forte protesta civile
contro la guerra in Vietnam.
Come è nata l’idea di scrivere insieme un testo teatrale?
Per un intero inverno ho raccolto al registratore il racconto
della vita di Silvia. Il testo trascritto non è una revisione dei processi
e tanto meno una beatificazione della Baraldini. E’ la storia di una donna
che ha pagato duramente la scelta di battersi per un mondo diverso, senza
discriminazioni.
Silvia ti ha raccontato la sua vita in carcere?
Non è stato facile ma
lo ha fatto. I primi due anni è stata in totale isolamento. Poi ha cominciato
a vivere in comunità con le compagne. Le detenute sviluppano uno spiccato
spirito di solidarietà, hanno necessità di instaurare legami affettivi. Questo
ha anche molto a che fare con l’omosessualità e se ne parla nel testo che
abbiamo scritto.
Quindi un impegno politico e sociale anche da reclusa?
Lei insegnava alle sue
compagne, teneva un corso sulla prevenzione nei confronti dell’Aids. Ha organizzato
una serie di iniziative come quella del "Memorial Quilt", le coperte in ricordo
delle detenute morte di Aids.
Porterai "Silvia" sul palcoscenico abbandonando i lustrini
della drag queen?
Sarò Silvia e lascerò nell’armadio le piume e le paillettes. Farò da portavoce
ad una storia accompagnato dal regista Emiliano Raya e dagli attori Vincenzo
Di Rosa e Letizia Letza.
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