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NuoveAmazzoni>>Una_scrittrice_nomade:Isabelle-Mahmoud>>di R.Fiocchetto

UNA SCRITTRICE NOMADE

di Rosanna Fiocchetto

isabelle Ogni suo respiro, ogni suo gesto, ogni sua scelta è stata una ribellione. A proposito di lei ricorre il termine "destino": ciò che sempre si dice quando ci si trova di fronte a scelte di incomprensibile coerenza.
Aveva due nomi: Isabelle Eberhardt e Mahmoud Saadi.
Nel 19O4, un’imprevedibile alluvione nel deserto sahariano, presso la "sorgente gialla" di Ain Sefra, fece crollare una sola casa: la sua.
Isabelle-Mahmoud aveva appena ventisette anni, ma vissuti con una tale intensità che ancora oggi la sua esistenza oppone agli studi storiografici le pieghe misteriose di un percorso intricato, complesso, che lascia spazio ad interpretazioni discordi.
Il generale Lyautey, un amico che disseppellì il suo corpo dalle macerie per inumarlo nel cimitero musulmano, la ricordava così: "Trovare una persona che è veramente se stessa, al di sopra di ogni pregiudizio, di ogni asservimento, di ogni cliché, e che attraversa la vita libera come un uccello nello spazio, che delizia! Mi piaceva per ciò che era e per ciò che non era.
Mi piaceva il suo prodigioso temperamento di artista e il suo comportamento che scandalizzava le autorità civili e militari, i baroni di ogni tipo".

Nata nel 1877 a Ginevra, figlia illegittima di una esiliata russa, Isabelle decise a vent’anni di essere una scrittrice nomade: "Nomade ero, quando da piccola sognavo guardando le strade: nomade resterò, per sempre innamorata di mutevoli orizzonti, dei paesaggi ancora inesplorati...".
Travestita da viaggiatore arabo, divenne Mahmoud e cominciò il suo ininterrotto vagabondaggio, la cui filosofia è espressa negli Appunti a matita: "Per chi comprende il valore e il diletto sapore della libertà solitaria (perchè nessuno è libero se non è solo), il partire è, in assoluto, l’atto più bello e coraggioso...
Avere una casa, una famiglia, una proprietà o un impiego pubblico, avere dei mezzi di sostentamento ben definiti ed essere un utile dente d’ingranaggio della macchina sociale: tutte queste cose sembrano necessarie e addirittura indispensabili alla grande maggioranza degli esseri umani, intellettuali inclusi, ed inclusi anche coloro che credono di essere completamente liberati.
Eppure queste cose sono solo una diversa forma di schiavitù che viene dall’associarsi con gli altri, da un’associazione continuata e minuziosamente regolata".

Presa la grande "strada bianca" dell’Islam, la esplorò dalle moschee ai bordelli, dai bassifondi delle città coloniali alle oasi, alternandola con brevi "esili" in Francia, in Svizzera e in Italia, causati da vari decreti di espulsione che la colpirono, insieme al coltello di un attentatore, in quanto "apportatrice di disordine nella regione musulmana".
Attaccata per i suoi abiti maschili, accusata di essere una spia e di complotto anarchico, Isabelle continuò a perseguire tenacemente il proprio desiderio di autenticità, lottando contro le barriere delle convenzioni. Aveva eluso i blocchi delle frontiere mediante il matrimonio di non-convivenza con Slimène Ehnni, un indigeno naturalizzato francese.
Scriveva reportages algerini, racconti, romanzi, diari, lettere.
Si abbandonava al piacere degli amori, al calore delle amicizie, all’ebbrezza del kif, alla gioia dei molti ritorni: "e, ancor prima, l’intima gioia di pensare che domani all’alba partirò e lascerò tutte le cose che pure stasera mi piacciono e mi sono dolci. Ma chi, se non un nomade, un vagabondo, potrebbe capire questa duplice gioia?".

Cosciente della sua diversità, Isabelle sapeva di passare nel mondo "come una straniera, un’intrusa, suscitando intorno solo riprovazione ed avversione". Ma la sua anima non poteva arrendersi alle conseguenze della trasgressione:"Ad Algeri, ero costretta a provare disprezzo per cose e persone. Non mi piace provare disprezzo, vorrei capire e scusare tutto.
Perchè bisogna difendersi dalla stupidità, quando non si vuole contendere con lei, quando non ci riguarda?"

La cassetta dei suoi scritti, unico bagaglio che l’"Amazzone del deserto" portava sempre con sè sulla sella del cavallo, fu ritrovata tra le rovine della casa di Ain-Sefra.
Di alcuni testi riuscì ad appropriarsi il giornalista Victor Barrucard, che li pubblicò manipolandoli ed aggiungendovi il proprio nome. Gli altri vennero fortunosamente recuperati da Chloe Bulliod, ammiratrice di Isabelle, ed affidati agli "Archives d’outre-mer" di Aix-en-Provence.
La successiva riunificazione del fondo Eberhardt ha consentito di procedere nel 1988 all’edizione francese dell’opera completa della scrittrice e alla pubblicazione di alcune accurate biografie, tra cui quelle di Cecily Mackworth e di Annette Kobak.
Fra le traduzioni italiane, soprattutto "I cercatori di oblio" (Savelli) e "Sette anni nella vita di una donna" (Guanda) hanno reso accessibile la conoscenza di una figura artistica che spicca per radicale originalità nella storia della letteratura, intrecciando la sua storia personale ad una "scrittura sulla sabbia" inebriante, avventurosa, differente.


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