www.fuorispazio.net

editoriale, una  parte di "in esclusiva",  Speciale Scuola, Gli Svergognati, Pride 2003, etc
totalitarismi, Battaglia, Alex De Giorgi, etc
La Ricerca sulle identitr, Allacciamoci nel web, Segreti di autonomia, Rifugio magico, Intervista a Rigliano, Dixpolitation , Enoch, Speciale fumetti Speciale Massimo Consoli, etc
Ufficio CGL, Toniollo etc
Ieri e oggi , Le Parole benedette, erc
Rettore, Luxuria, Modho, etc
Testimonianze di vita
Crudelmente vostra
Progetti di vario tipo

- s.o.s diritto
- s.o.s sanità
- atelier
- prose
- amaca viola
- history in pills
- lo schermo
   s/velato
- corso di fotografia
- schede&recensioni
- idee&dintorni
- dicevano e dicono
   di noi
- rassegna stampa



Ladonnagiusta
La donna giusta di Marai, recensione
di Delia Vaccarello

Esiste l’anima gemella? È una domanda semplice, me l’hanno fatta i ragazzi le cui voci e domande ho riunito ne “L’amore secondo noi”. E’ la domanda intorno a cui apparentemente ruota il libro dal titolo “La donna giusta” di Sandor Marai, edito da Adelphi. Marai è scrittore molto seguito Italia da quando Adelphi pubblicò nel 1998 le Braci. È ungherese, ha vissuto 89 anni, è morto nel 1989 in California, si è suicidato. E’ solo a tratti che tra le sue pagine cogliamo bagliori della sua decisione finale, in qualche sofferta o spiazzante espressione di uno dei suoi personaggi, Ne “la donna giusta” ad esempio, tra i quattro personaggi principali, c’è la figura di uno scrittore, un certo Lazar. Lo scrittore quando i suoi libri vengono distrutti dal bombardamento della seconda guerra mondiale che colpì anche Buda e Pest dice: “oh finalmente”, come se non aspettasse altro che una conferma, una conferma alla distruzione della vita. Il farsi e il disfarsi, la tensione e la sua soddisfazione, la creazione e il suo estinguersi, nell’amore, nella vita civile, nelle classi sociali, sembrano essere il ritmo che anima segretamente la prosa di Marai ne “La donna giusta”. Eppure il libro che sembra un libro sull’amore è invece un testo sulla solitudine, sulla borghesia, sulla cultura e sulla gioia. La scrittura presenta 4 io narranti. Di cui tre sono i protagonisti della storia. Una donna piccolo borghese racconta ad un’amica le vicissitudini del suo matrimonio, l’amore che l’ha legata al marito, e la sensazione di estraneità che prova una sera quando rincasando trova il marito con un amico, uno scrittore, che lei non conosce. E scopre che tra loro c’è una intesa particolare. Organizzano un gioco, la fanno passare per la moglie dello scrittore, si comportano per tutta la sera come se fosse così. Lei resta a bocca aperta: scopre che suo marito ha un segreto.
Il punto di vista della donna è quello di colei che ama e desidera catturare l’anima dell’amato, di colei che mette un figlio al mondo, ma solo perché attraverso il figlio ama il marito. E’ come se a dare senso alla sua vita fosse questo sentimento unito alla determinazione di distruggere l’estraneità dell’amato. A questo primo segreto se ne aggiunge un altro, secondo una sorta di ostinazione della storia: chiamiamolo il segreto del “nastro viola”. Il nastro viola, lega, proprio come un nastro, i tre personaggi principali, mentre lo scrittore, che ha un ruolo determinante non tanto ai fini dell’azione, ma quanto ai fini della comprensione dell’opera, non è legato dal nastro.
Ogni scrittore, se è tale, non è legato infatti da nulla. O quasi.
La scrittura di Marai ci viene incontro anche nella identificazione dell’importanza degli oggetti che fanno da snodo della narrazione. La donna, la prima moglie, scopre quello che individua come “il nastro viola” nel portafogli del marito. Dice proprio così: “il nastro viola”, come se c’è ne fosse uno e uno solo al mondo.
Quando a parlare sarà, nella seconda parte del romanzo, il marito, Peter, l’oggetto diventerà “un pezzo di nastro viola”, uno come tanti.
Il particolare denota tutta una atmosfera. La donna si ritiene espropriata dal marito a causa di quel nastro, ritiene che la donna del nastro, la donna misteriosa, sia la donna giusta. Esiste, infatti, una donna che porta al collo un medaglione con la parte restante del nastro viola. Per le prime 130 pagine osserviamo la realtà dal punto di vista della prima moglie e vediamo un uomo, suo marito, ora estraneo a lei, ora innamorato da sempre della donna del nastro viola che altri non è che la sua serva. Peter è un nobile facoltosissimo e si invaghisce della serva che vive nella casa paterna. Ma sposa un’altra donna, colei attraverso cui Marai ce lo fa inizialmente vedere.
Il libro fornisce una realtà infinitamente sfaccettata. Così la prima moglie, innamorata e volitiva, giunge alla conclusione che la persona giusta non esiste. Lei ama e morirà giovane a causa di un grumo di sangue che le occuperà il cuore. E dice: “Ho capito non c’è nessuna persona giusta. Esistono solo le persone e in ognuna c’è un pizzico di quella giusta”. Non ha elementi per dirlo, ma lo dice. Lei e il marito si sono lasciati, dopo che lei ha portato via a lui anche il pianoforte. Si sono lasciati quando la serva, che era scomparsa, ricompare all’improvviso. Dopo due anni. Due anni in cui il marito si era come ammalato di attesa. Alla ricomparsa Peter e la prima moglie divorziano e si celebra il secondo matrimonio. Lei non conquisterà mai quella che definisce l’estraneità del marito. Non saprà mai se il marito era o non era la persona giusta.
Ma era davvero estraneità quella del marito? L’estraneità di un uomo distratto perché pensa a un’altra?
No. Il progetto di “occupazione dell’anima” dell’amato che la prima moglie ritiene naufraghi perché il marito è invaghito di un’altra è fondato su un presupposto sbagliato. Sì il marito ama l’altra donna, ma nulla può dissolvere la sua estraneità.
Il Peter che inizia a parlare di sé a p. 127 del libro è un uomo unico. Sa di avere una malattia familiare e culturale: la solitudine. E’ un imprenditore, di altissima raffinatezza. Colto. Innamorato degli artisti. Un artista senza arte. Che si invaghisce della serva quasi spinto da un senso di colpa. Sembra, la sua, la grande colpa del ricco che non può non essere attratto dal “completamente altro” e spogliarsi fino all’ultimo di ogni cosa, annotando che ogni cosa è andata ad estinguersi, e una soprattutto: il ruolo del borghese nella conduzione della vita sociale e culturale.
Figura onesta e mai cattiva, Peter, nel gioco di specchi che il libro mette in scena, nei molteplici punti di vista, maneggiati con grande cura dal’autore, presenta delle costanti. E’ solo. Di una solitudine che trova lenimento solo quando è accolta fino all’ultimo, con estrema dignità e forza. E sollievo, persino.
Sono pronunciate da lui nel libro le frasi più belle sull’amore, un amore libero, quello di chi sa spogliarsi di ogni cosa, restando fedele a se stesso. Sentiamolo: “Amare significa semplicemente conoscere appieno la gioia e poi morire”. Spirito eroico quello degli innamorati: “L’amore, vale a dire la piena espressione della vita, la perfetta comprensione del senso dell’esistenza e, quale suo esito, l’annientamento”.
A lui dobbiamo le parole tra le più belle sulla solitudine. “La solitudine profonda, intensa, che circonda ogni spirito creatore come l’atmosfera avvolge la terra. Ebbene sì chi deve realizzare un’opera è sempre solo. E’ come poter vivere in un grande spazio e respirare aria pura”.
L’amore è gioco, il gioco è cultura, la cultura è gioia.
In questo non voler nulla per sé se non donarsi, la cultura è gioco.
Di Peter e del suo rapporto con lo scrittore conosciamo i momenti del gioco, del gioco senza altro fine. Come l’amore.
Del gioco che dà gioia, come la cultura.
E’ in bocca al grande e nobile imprenditore al tramonto che Marai mette, alla vigilia della fine di un’epoca, associazioni da capogiro, valori tanto inestimabili quanto ineffabili, così contrari al materialismo e al consumismo che già allora avevano preso l’avvio. Lui, il borghese con il senso di colpa, che tifa per l’arte, ma non è un artista, che si abbandona ad un amore, ma che lascia tutto quando coglie il doppio volto della donna amata, è l’esempio di una cultura che non è conoscenza e basta.
Di questa cultura, che non è conoscenza e basta, parlerà la terza voce narrante. La voce della serva. Judith è il terzo io narrante. Personaggio interessantissimo, rappresenta il popolo che non si fa gabbare dalle ideologie sul popolo stesso. E’ scaltra, bellissima, orgogliosa, intelligente. Coglie l’essenziale e non tradisce la sua provenienza, pur diventando una gran signora, e poi ritornando povera. Alla fine amerà un batterista di povere origini come lei, dopo aver sottratto a Peter quasi ogni suo bene. Ma di lui coglie i significati ultimi: che tutto non è in vendita, non è afferrabile, che ci sono patrimoni invisibili capaci di travalicare il senso del danaro. Di lui capirà molto. Anche attraverso lo scrittore, ex amico di Peter, con il quale tempo dopo trascorrerà le notti di paura sotto i bombardamenti. Judith, la serva, capirà il valore ultimo della cultura e cioè la gioia.
E dirà con la sua voce/scrittura/eloquio saltellante, intercalati da “amore mio” “vita mia” diretti al batterista, calde espressioni popolari così assenti dal lessico dei due io precedenti, dirà le parole più belle sulla cultura: “La cultura è quando una persona… o un popolo… sono pieni di una gioia immensa! Dicono che una volta i greci hanno avuto una cultura perché tutti loro sapevano gioire. Prova a immaginarti un popolo che vive nella gioia e questa gioia è la cultura!”.
Sorprendente Marai: orchestra una dinamica a tre in cui la prima donna, piccolo borghese, narra dell’amore impossibile; l’uomo di grande nobiltà d’animo dà tutto, viene sfruttato, ma non si perde, ed è testimone di valori al tramonto; la donna scaltra è colei che raccoglie. A capire il lato positivo dei valori in estinzione è colei che ha truffato tutti. E’ la serva che non ha amato l’uomo da cui ha appreso e preso tanto.
Nel gioco di incastri dei tre personaggi principali la scrittura è un capolavoro di orologeria. L’autore riesce a darci di ogni voce il tono giusto, con una costellazione di differenze, che però non ci gettano nella dispersione. Nelle 440 pagine del libro ci si accorge che i punti di vista, le voci, alla fine convergono su alcuni punti.
La solitudine, la cultura, il gioco.
Ma non convergono mai sull’amore. In amore i tre personaggi principali sono condannati ad eseguire un irrisolvibile controcanto.
E credo che il titolo sia un grande capolavoro di ironia.

“2002-2006 © WWW.FUORISPAZIO.NET”  -  TUTTI I DIRITTI RISERVATI
ottimizzato per risoluzione 800x600 con browser Internet Explorer 6.0

  
ARCHIVE STAFF CONCORSO MORDI & BACIA VACANZE & ALLOGGI NEWS CHAT LINK FORUM